Franco Baresi, l’ultimo fuoriclasse normale

La carriera e i ricordi di Franco Baresi. L’ex capitano del Milan raccontato dalle parole di Gianni Brera e non solo, tra molte vittorie e pochissimi rimpianti

Nel volto di Franco Baresi si può leggere la tristezza di essere l’ultimo. L’iride chiara pare sul punto di lacrimare, fa compagnia a un sorriso a tratti assente e molto spesso stiracchiato. Le guance sono scavate, sembrano quelle di un uomo avanti con l’età e creano un contrasto con lo sguardo, a suo modo fanciullesco. I capelli nascondono un’incipiente stempiatura, qualche ricciolo cade sulla fronte, che un po’ il peso degli anni lo sente. A vederlo sembra un uomo di una malinconia unica, di quelle romanzesche. Sa di essere l’ultimo, Franco Baresi: l’ultimo in campo perché dietro di lui c’è solo il portiere, l’ultimo in un ruolo che non ha di certo inventato lui ma che ha contribuito a rendere immortale, l’ultimo difensore centrale puramente casciavit, l’ultimo e nulla più.

Franco Baresi sul tetto del mondo

La tristezza negli occhi di Baresi ogni tanto diventa reale, sgorga in un pianto a dirotto di quelli che il destino riserva solamente ai grandi, ai grandi che toccano il cielo ma vengono subito scaraventati a terra. Succede a Verona, a Cesena, a Pasadena, a Monaco, a Vienna. Più che altro la malinconia di Baresi non avrebbe ragion d’essere, soprattutto nel vederlo giocare. Quello sguardo distante e soave cozza con la decisione con cui indossa maglia e pantaloncini e si muove per tutto il campo, tocca il pallone, alza il braccio a chiamare il fuorigioco. Franco Baresi è stato il capitano del Milan, ma soprattutto è stato il Milan: venti anni di fulgida carriera da calciatore, altri venti nella società rossonera, sei Scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe Europee, quattro Supercoppe Italiane, ma anche una Mitropa Cup e due Serie B a testimoniare l’attaccamento ai colori. Lui, che da piccolo era stato scartato dall’Inter perché troppo esile, si è preso la rivincita al Milan portandolo sul tetto del mondo e rimanendo nell’immaginario collettivo come uno dei difensori migliori di sempre.

Perché amiamo le fragilità

Gli amanti del calcio, e gli italiani in particolare, si affezionano maggiormente ai giocatori se riconoscono in loro caratteristiche per così dire umane. Il fuoriclasse non dev’essere un mostro, deve mostrare ogni tanto la sua fragilità. Perciò Gigi Riva, Roberto Baggio, Gaetano Scirea uniscono più che dividere, e lo stesso anche Franco Baresi. O meglio, Franchino Baresi, perché all’anagrafe è registrato così, con un nome da ragazzino, e con quel nome da ragazzino alzerà una Coppa dei Campioni in un Camp Nou rossonero e sbaglierà un rigore nella finale dei Mondiali statunitensi. Dimostrerà di non essere un automa, ma di avere anche lui le sue debolezze. Baresi è prima di tutto un eroe popolare, incarna quello spirito casciavit che contraddistingue gli albori della storia milanista, il lato romantico non lo abbandona mai nemmeno in campo. Diversamente da altri grandi difensori del Milan è più amato, è uniformemente riconosciuto come Il Capitano, Unico Franco Baresi come si legge a San Siro. Ne sa qualcosa Paolo Maldini, in assoluto uno dei difensori più forti della storia ma con un carattere che non gli ha permesso di far breccia in tutti gli appassionati. Ne sa qualcosa anche Alessandro Costacurta, colui che avrebbe potuto essere il suo degno erede ma che le dinamiche del calcio moderno hanno portato a diventare un centrale meraviglioso, sebbene un po’ più borghese.

Brera e Valdano raccontano Franco Baresi

Franco Baresi è Piscinin, come lo ha definito Gianni Brera. E Brera sta al giornalismo come Baresi sta alla marcatura o al tackle, ben inteso, si parla di gente che ha tracciato un prima e un dopo. «Baresi è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso!» diceva Brera, che in Baresi vide come libero la summa della sua idea di calcio. Poi arrivò Arrigo Sacchi e cambiò tutto, mise la difesa in linea e portò questa “marcatura a zona” che tanto fece storcere il naso ai puristi, Brera compreso. E allora ecco che nasce la figura mitologica di Baresi col braccio alzato a invocare il fuorigioco. Per citare un altro grande del calcio parlato e scritto, oltreché giocato, come Jorge Valdano si può ricordare come a «Baresi scappasse un sorriso ogni volta che provocava un fuorigioco». Sempre Valdano racconta della leaderhip incontrastata di Franchino, vero e proprio primus inter pares che godeva di un rispetto profondo da parte dei compagni di squadra: «I giocatori del Milan non si guardavano tra di loro e non guardavano la palla. Il loro sguardo era fisso su Baresi, così si rispetta un vero capo».

Franco Baresi, l’ultimo gol in una carriera da ultimo uomo

Venti anni al Milan e dodici in Nazionale (con un mondiale vinto senza mai scendere in campo) non possono alimentare rimpianti per una carriera sempre sulla cresta dell’onda, fatta di tantissimi picchi e poche, ma memorabili discese. Eppure un piccolo rimorso c’è, ma è forse più qualcosa di estetico che altro, probabilmente sfocia addirittura nell’ucronia. Bisogna sempre prendere in prestito le parole del grande Brera, che una volta, tra un tiro di pipa e l’altro, lanciò la provocazione: con la visione di gioco che ha e la tecnica straordinaria di cui è in possesso, perché Baresi non è stato un centrocampista? Probabilmente sarebbe stato un regista eccellente, in pochissime circostanze ha giocato sulla linea mediana e ha fatto vedere la sua classe innata e regale. Però non si possono avere rimpianti di questo genere, soprattutto se si parla dell’ultimo grande libero, di un uomo inserito in tutte le classifiche dei migliori difensori della storia. Sì, Baresi è stato l’ultimo e forse l’unico rimpianto è che sarà difficile rivedere in campo uno con le sue caratteristiche sia calcistiche che morali. Uno in grado di partire dalla difesa e di lanciarsi in attacco in una normale azione di gioco, come in un Padova-Milan del 1995, una gara non di certo memorabile ma che comunque funge da esempio lampante. Baresi è Baresi e gioca con la maglia penzolante fuori dai pantaloncini, sembra davvero una persona esile. Alza la testa a centrocampo, serve Weah e si lancia in mezzo ai difensori padovani. Questi, sorpresi dal ‘tradimento’ di un loro collega, non fanno in tempo a girarsi che Baresi ha già stoppato e segnato dopo un palleggio funambolico. Un gol da incursore, l’ultimo in una carriera da ultimo fuoriclasse normale.