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Gabriele Pin a cuore aperto: «Gli anni di Firenze i momenti più belli, Prandelli è un maestro di gioco. Futuro? Dopo 5 anni mi starebbe bene un po’ d’Italia…»

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Gabriele Pin, storico braccio destro di Cesare Prandelli, ha riavvolto il nastro della sua carriera. Le dichiarazioni

Da allenatore, Gabriele Pin è stato il braccio destro di Cesare Prandelli, anche nella nazionale vice-campione d’Europa nel 2012. Nel 2021 ha accettato il ruolo di supervisore tecnico all’Esteghlal, in Iran. Ex giocatore di Juventus, Lazio e Parma, si è raccontato a La Gazzetta dello Sport.

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L’IRAN OGGI «Avevamo un paio di giorni liberi. Eravamo appena rientrati da Teheran. Qualche giocatore era rimasto nella capitale per partire da lì. Uno mi scrisse un messaggio: “Mister, cosa sta succedendo? Ci hanno fatto scendere dall’aereo. La gente scappa. Ho visto cadere dei missili”. Erano quelli che avrebbero ucciso Ali Khamenei, la guida spirituale. Usa e Israele avevano cominciato a bombardare».

LA FUGA «Io ero con Branko, il preparatore dei portieri. Siamo tornati di corsa in albergo, abbiamo riempito una valigia e siamo saliti su un van del club, efficientissimo, che ha organizzato la nostra fuga verso il confine turco. Importante anche l’aiuto di Nicholas, un agente italiano. Ci abbiamo messo due ore a uscire dalla città: la gente aveva preso d’assalto negozi e pompe di benzina per far provviste. I ragazzi avevano invaso le strade per festeggiare, perché era arrivata la notizia della morte di Khamenei. Tutte le comunicazioni sono rapidamente saltate. Non potevo chiamare casa per tranquillizzare i miei».

ARRIVARE AL CONFINE «Più di 15 ore, tutte filate. Gli autisti non volevano fermarsi per riposare. Io mi sono seduto accanto al mio, appena ho visto che gli ciondolava la testa. Lo tenevo sveglio. Siamo arrivati a Tabriz e da lì al confine, dopo 2600 km di viaggio. A ogni benzinaio, 3 km di fila. Siamo partiti con 28 gradi, siamo arrivati a -18. Non eravamo preparati a quel freddo. Le mani erano diventate viola. Mi chiesero il passaporto, ma non riuscivo a prenderlo dal giaccone, avevo le dita ghiacciate. Dovettero sfilarmelo loro».

PROBLEMI AI CONTROLLO «Qualcuno… Ma si sono risolti con qualche banconota. Io però non ho pagato. Un soldato mi fa: “Coach Esteghlal?” Con l’Esteghlal avevo vinto uno scudetto che aspettavano da 9 anni. “Posso fare una foto?”. “Fammi tutte le foto che vuoi, ma lasciami passare…”. Oltre il confine ci aspettavano i pulmini del Vanspor, il club turco contattato dal mio. Ci hanno portato nella vicina città di Van. Eravamo distrutti, ma invece di dormire, io e Branko siamo riusciti ad acquistare su Internet due biglietti aerei per Istanbul e siamo partiti subito. E da lì a Bologna».

INCUBO FINITO «Per noi, non gli amici di Esfahan. I persiani sono persone splendide, dolci, generose e colte. Tantissimi giovani. C’era un ragazzo che lavorava nel mio albergo e, finito il turno, tirava fuori i libri e studiava a un tavolino. “Mi mancano due esami di Ingegneria. Sogno di viaggiare e di trovare un bel lavoro, ma non mi fanno uscire da qui”, piangeva mentre mi raccontava. Il peggio è avvenuto a dicembre. Alle sei di sera ci chiudevamo in albergo, tiravamo giù le tapparelle. Fuori poteva succedere di tutto. Avevano spento Internet per impedire che arrivassero all’estero i filmati delle repressioni. Ogni mattina c’erano banchi vuoti nelle classi e i professori che protestavano venivano portati via. I giovani e le donne, splendide, sono stati in prima fila, fin dalla prima ora. A Teheran abitavo proprio davanti al carcere di Evin, quello ricavato nella montagna, dove è stata torturata e uccisa Mahsa Amini, per aver indossato male il velo».

IL FUTURO «Quando Prandelli ha smesso, dopo una ventina di anni insieme, non me la sono sentita di fare il secondo ad altri. Mi è arrivata la proposta dell’Esteghlal e ho accettato la sfida. Sono un veneto curioso che ama viaggiare, come Marco Polo… Dopo 5 anni, mi starebbe bene un po’ d’Italia. Senza pretese o limiti: lavorare nel calcio è comunque una gioia, è ciò che amo».

UN MOMENTO BELLO «Gli anni di Firenze: la risalita da -15, la Champions, le vittorie sul Liverpool, la qualità del gioco, l’empatia con la città».

IL MASSIMO DA CALCIATORE «I 9 punti di penalizzazione per il calcioscommesse rimontati con la Lazio stagione 1986-87. Nel ritiro di Gubbio, Eugenio Fascetti parlò chiaro: “La situazione la conoscete. Chi non ci sta, se ne vada. Chi resta, dovrà dare tutto”. Non se ne andò nessuno. È stata la mia impresa più dura e, per questo, speciale. Come lo è per i tifosi laziali».

IL CALCIO OGGI «La tecnica è sicuramente un bene, la tattica non è il male. Se ci invitano anche in Iran, è perché riconoscono la nostra sapienza tattica. Per liberare l’uno contro uno di un’ala tecnica contro un terzino, bisogna fargli arrivare la palla. E gli arriva attraverso rotazioni, transizioni, gioco, cioè tattica. Il calcio sarà sempre una moneta a due facce: tecnica e tattica».

LA NAZIONALE DI PRANDELLI SOTTOVALUTATA «Non lo so. So solo che Cesare è un maestro di gioco e so che avevamo un quadrilatero rotante a centrocampo con funzioni intercambiabili che non dava punti di riferimento. Giocavamo palla a terra e attaccavamo gli spazi. Il calcio che oggi promettono tutti».

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