Hanno Detto
Inchiesta arbitri, parla l’autista del VAR: «Rocchi è un galantuomo, lui e Gervasoni bravissime persone. È evidente che qualcuno abbia voluto far loro del male»
Inchiesta arbitri, parla l’autista del VAR Raffaele. Ecco cosa ha detto su Rocchi e Gervasoni. Le sue dichiarazioni
Il caso dell’inchiesta sugli arbitri si arricchisce della preziosa testimonianza di Raffaele, da 25 anni autista di fiducia dei direttori di gara. Intervistato sulle pagine de Il Giorno, racconta la sua routine verso il Centro VAR di Lissone: «Sempre la stessa. Mi muovo fra Milano, Bergamo e Monza. Passando da un aeroporto all’altro, in qualche caso dalla stazione, e poi il tragitto hotel-Lissone, al Centro Var. Gli arbitri restano lì per la partita e dopo 3-4 ore io o i miei quattro colleghi andiamo a riprenderli. L’Aia ha una convenzione con noi, non usano i taxi bianchi».
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Le indagini della Procura e il clima a Lissone
Inevitabilmente coinvolto per i suoi continui spostamenti, spiega: «Sono stato sentito lo scorso luglio. Quando la Procura mi chiamò, sinceramente non capii il motivo, poi mi dissero che volevano controllare gli spostamenti degli arbitri. Ovviamente tutto veniva documentato, chi era impiegato al Var solitamente pagava con carta di credito. Pensavo ad una verifica di rimborsi o note spese, nulla mi fu spiegato. Poi, solamente dopo, ho capito che si trattava di altro».
Sull’aria tesa post-inchiesta e la presenza degli uomini della Procura Federale: «Sapevano in tanti di un’inchiesta in corso. E poi da settembre qualcosa cambiò, ne venni a conoscenza anche se nel Centro Var io non avevo accesso: a Lissone il sabato e la domenica c’erano gli uomini della Procura Federale per controllare chi entrasse o meno, questo dopo l’episodio che aveva coinvolto il signor Paterna e la “bussata“ di cui si parla in questi giorni. Io continuavo ad accompagnare i direttori di gara impegnati al Var, mentre Rocchi e Gervasoni solitamente andavano con la propria auto. Quando c’erano, non sempre».
L’autista conferma anche la famosa lite post Verona-Inter: «Vero, tra i tanti presenti c’ero pure io, a Lissone, fuori dagli studi della Var. Ci fu una discussione con toni accesi, ma non da far west come qualcuno ha detto. Io ero lì ad aspettare in macchina, nelle vicinanze altri quattro o cinque arbitri. Poi penso si siano chiariti».
L’ombra della frode sportiva e la difesa dei direttori di gara
Le tensioni del mestiere, soprattutto in questo periodo, sono palpabili: «Chi sbaglia solitamente resta in silenzio. Lo si capisce guardandolo in faccia. In generale dopo le partite gli arbitri sono sempre molto provati, direi “cotti“ perché non si reggono in piedi dopo novantacinque minuti di tensione davanti al Var e parlano poco… Per loro è difficilissimo, mi creda. Aspettano di tornare a casa per rivedersi tutto a freddo e farsi passare i dubbi».
In merito alle accuse di frode sportiva e alle logiche degli arbitri “graditi” all’Inter, Raffaele difende i vertici: «Intanto se questo fosse vero mi viene da pensare una cosa: chi percepisce di essere sgradito a qualche squadra può aver parlato solo per rovinare qualcuno. E comunque, premesso che il mio giudizio può sembrare di parte perché sono un tifoso dell’Inter, resto davvero meravigliato. Per me è tutta gente pulita e che non ha nulla da temere. Rocchi e Gervasoni sono bravissime persone con tanta voglia di lavorare».
Sulla figura dell’ex designatore Gianluca Rocchi, precisa: «È evidente che qualcuno abbia voluto far loro del male. E posso anche capire il motivo: Rocchi ha un ruolo delicato, perché deve giudicare tanti arbitri e magari per lui venti sono bravi e altri dieci sono andati male. E quelli scontenti, lasciati a casa a fine anno, siccome non la prendono bene hanno un risentimento personale nei confronti del designatore. Ma per me lui è un galantuomo. Se poi ci fosse qualcosa di più grosso mi farebbe molto male».
Infine, l’amara conclusione sull’impatto psicologico vissuto dall’intera classe arbitrale: «So per certo che sono spaventati e in parte demotivati. Sa il problema qual è? Si toccano le famiglie: questi non vanno a fare una rapina, sono solo arbitri. Sbagliano un fuorigioco e si trovano sulle prime pagine dei giornali. Io conosco Di Vuolo, lui è addirittura un “avar“. Non ha detto neppure una parola eppure sul lavoro, qui a Bergamo, gli fanno tutti domande e non lo lasciano in pace. Le sembra giusto?».