Hanno Detto
Bedin si racconta: «Luisito Suarez, un genio. Barella? E’ il mio preferito, abbiamo la stessa tigna. Il mio rimpianto da osservatore…»
Gianfranco Bedin si racconta alla Gazzetta dello Sport: «Luisito Suarez, un genio. Barella? E’ il mio preferito, abbiamo la stessa tigna»
Il nome di Gianfranco Bedin, nella filastrocca che la generazione degli anni ’60 recitava a labbra socchiuse come una preghiera, sbucava oltre l’incipit — Sarti, Burgnich, Facchetti — e faceva da collante al resto del sonetto, quello che chiudeva il reparto difensivo con Guarneri e Picchi. Oggi su La Gazzetta dello Sport ha aperto la valigia dei ricordi.
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LA GRANDE INTER «Direi proprio di sì: è stata una squadra che ha vinto tantissimo e ha colpito l’immaginario di tutti. Eravamo fortissimi, mai dimenticarlo».
IL COMPAGNO PIÙ FORTE «Luisito Suarez, un genio, un’enciclopedia: calciava il pallone a quaranta-cinquanta metri con una naturalezza spaventosa».
IL DUELLO CON PELÉ «Il più vicino a dio. Un felino, ogni suo gesto era armonia, rapidità, bellezza. Amichevole Inter-Santos, Pelé scatta, lo rincorro senza raggiungerlo, allora mi butto in scivolata ma lui frena all’improvviso e con un tocco lieve mi supera, così io vado a sbattere contro l’attrezzatura di un fotografo a bordo campo e travolgo anche il fotografo. Mi rialzo e quello mi fa: “Bedo, Pelé l’ha ciapà el palo”. E io: “Meno male, mi è andata bene».
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RIVERA E GLI ALTRI ITALIANI «Che battaglie nei derby. Gianni aveva gli occhi sulla nuca e la partita già in testa, come un film. Lo tormentavo, gli tiravo la maglia ma lui niente, impassibile. Il gol più bello della mia vita lo feci in un derby, abbandonai la sua marcatura e mi spinsi avanti, tiro di controbalzo di sinistro all’incrocio dei pali. E no, non avevo mirato. Pura fortuna. C’erano altri italiani tosti. Bulgarelli e De Sisti mi toccava andarli a prendere nella loro metà campo, ma erano bravissimi a liberarsi. Con Zigoni mi divertivo da matti. Parlavamo in dialetto, mi diceva: “Bedo, no stame legnare”, poi sbuffava, bofonchiava qualcosa, viveva la partita in un mondo tutto suo».
SIVORI «Una simpatica carognetta, posso dirlo? Era un fuoriclasse assoluto, un diavolo con quel sinistro. Però attaccabrighe, rifilava a tutti tacchettate a tradimento».
LA MARCATURA SU EUSEBIO «La Pantera nera, un campione fenomenale, con un fisico resistente a tutto, lo metto appena sotto Pelé. L’ho marcato nella finale della Coppa dei Campioni del 1965, Inter-Benfica. 1-0 per noi, a San Siro. Lo sa che quando ho alzato la coppa mi tremavano le mani. Avevo vent’anni e ho pensato: forse sono un campione anch’io…(ride) ma mica era vero. Però che soddisfazione, io da Mauthausen alla Coppa dei Campioni».
IL DEBUTTO «Da due mesi il Mago mi diceva: “Bedo, domenega sciugatu”. Ma non mi faceva mai giocare. Un giorno, due ore prima di Inter-Lazio, Jair si incazza con Herrera e se ne va dallo spogliatoio sbattendo la porta. Allora il Mago si volta e con la sua cantilena mi fa: “Bedo, te avevo deto che sciugavitu”. Che ridere, il Mago, mi diceva che ero giovane e che dovevo correre di più, sempre di più…».
I RIMPIANTI DA OSSERVATORE «Certo, Thiago Silva. Lo seguivo da tempo, ero convinto di portarlo all’Inter. Invece me lo soffiò il Milan. Uno che ha reso meno di quanto mi aspettassi invece è stato Van der Meyde, l’olandese che pescai all’Ajax. Grande talento, ma era matto (ride) aveva la testa che andava per conto suo».
IL SUO EREDE NELL’INTER ATTUALE «Barellino, lo chiamo così Barella: è il mio preferito, abbiamo la stessa tigna».
LA CORSA SCUDETTO DELL’INTER «(Silenzio) Mi stavo…ecco…stavo facendo un gesto…diciamo così…superstizioso. Dai, diciamo che ci sono le condizioni per farlo, l’Inter è la più forte, anche se i limiti ci sono e su quelli bisogna lavorare: l’abbiamo visto in Champions».