Connect with us

2013

Esclusiva – De Leo: «Dopo tanta gavetta, ecco cos’è cambiato al fianco di Sinisa»

Avatar di Redazione CalcioNews24

Published

on

de leo

Ci sono tanti modi per raccontare una storia. Potremmo dire ad esempio che Sinisa Mihajlovic un giorno ha strofinato la lampada dei desideri e lui, Emilio De Leo, è apparso magicamente come il genio della tattica. Tuttavia, romanzare una storia significa sminuire il lavoro di chi sta dietro le quinte, chi mette anima e corpo in quello che fa.

Vogliamo raccontarvi una storia autentica, fatta di sacrifici e soddisfazioni, di sudore e tanti meritati risultati: perché se è vero che Emilio è passato da allenare in terza categoria ad essere il vice di Mihajlovic nella nazionale serba, è anche vero che alle spalle c’è una gavetta fatta da tanti successi e altrettanti riconoscimenti. Le qualità di Emilio sono sempre state limpide ed enumerarle tutte diventerebbe complicato, ma una più di tutte fa scalpore sulle altre: un’incredibile tenacia. Ciò che gli ha permesso di arrivare fin dove è adesso infatti, lo deve, oltre alla competenza, ad una smisurata capacità di sognare. I cosiddetti pacchi della speranza, come lui stesso ama definirli, quelli che riempiva con bozzetti tattici, articoli di giornale contenenti successi ed idee, sono una sorta di curriculum postale che lui ha spedito ad alcuni nomi noti del calcio, aspettando una risposta. Non c’è voluto molto prima che i suoi lavori arrivassero nelle mani giuste, quelle di Fausto Salsano, il quale ha visto nell’operato di Emilio un grande talento, un’inaudita genialità. Quel che fa grande un vero allenatore però è anche la professionalità, la stessa che Emilio coltiva da anni, sia che si trovi sui campi di terza categoria sia che si trovi al fianco di Sinisa, in uno stadio gremito di fronte a migliaia di spettatori. E’ questa miscela di capacità, audacia ed umiltà a portare Emilio così in alto, a dimostrazione che, laddove c’è volontà, tutto diventa possibile. Non pensate che questo sia un miracolo calcistico, pensate solo che con le giuste competenze, la determinazione e la modestia si può arrivare ovunque.

Da poco rientrato dal suo impegno con la Nazionale serba, abbiamo rintracciato ed intervistato Emilio De Leo per parlare con lui della sua evoluzione professionale:

Innanzitutto com’è andata con la Serbia? La Nazionale è reduce dalla vittoria per 2-0 contro la Scozia, anche se Belgio e Croazia viaggiano a ritmi elevati in testa al girone…

«Credo che il nostro sia un girone equilibratissimo, è difficile trovare un raggruppamento così combattuto. Questo ci permette di far crescere tanti giovani (abbiamo una media età di 23 anni, la più bassa tra tutte le compagini impegnate nelle qualificazioni) e di confrontarci con grandi squadre, anche se ai fini del piazzamento non sarà semplicissimo: siamo terzi alle spalle di Belgio e Croazia, ma ci proveremo fino all’ultima gara. Dalla federazione però stiamo ricevendo attestati di stima, ci è stato richiesto un lavoro a lungo termine e rispettiamo le varie tappe. Stiamo facendo il possibile per far crescere questa Nazionale, siamo pienamente soddisfatti del lavoro che abbiamo svolto fino ad ora».

Adesso però facciamo un passo indietro: Emilio ci racconti in breve la sua storia: com’ è possibile passare da allenatore di una squadra di terza categoria fino a diventare il vice di Mihajlovic nella nazionale serba?

«La mia storia è stata un po’ romanzata. All’inizio non mi faceva piacere essere etichettato come il protagonista di una favola, poiché spesso si tralascia per strada quello che ho ottenuto a livello di settore giovanile e non solo. Alleno da oltre dieci anni: sono partito con società dilettantistiche per poi passare alle giovanili della Cavese, facendo la trafila dai Giovanissimi fino alla Berretti. Nel 2006/2007 abbiamo vinto lo scudetto Nazionale nella categoria Allievi di serie C e sono stato premiato a San Severino Marche con altri “tecnici emergenti” insieme, tra gli altri, a Stramaccioni, Evani ed Esposito. Dopo quattro anni alla Cavese, sono passato alla Nocerina, dove ho trascorso due stagioni, ma poi le nostre strade si sono separate. Intanto, a partire dal 2006, avevo sviluppato un personale metodo di lavoro ed ho cominciato a collaborare con allenatore.net, pubblicando pensieri tattici e bozzetti. In particolare, durante i Mondiali, vinti poi dall’Italia, ho studiato le 147 reti messe a segno durante la competizione, cercando di capire da che situazioni tattiche erano scaturite. Sezionando tutte le marcature, riuscii a dividerle in varie categorie nel dettaglio:
1) inattive 32,6% (48 reti)
2) aggressioni dinamiche degli spazi (inserimenti) 23,1% (34 reti)
3) elusione dell’off-side 16,3% (24 reti)
4) conclusioni dalla distanza 15,0% (22 reti)
5) penetrazioni centrali 07,5% (11 reti)
6) imprevedibilità 05,5% (08 reti).
Dai dati raccolti creai una serie di grafici e di esercitazioni correlate, analizzando i principi di tattica individuale e collettiva alla base di tali marcature.
Successivamente sono stato contattato da Karol Marko, al tempo allenatore del Banik Ostrava, una delle squadre più importanti del calcio ceco. Egli aveva rintracciato i miei video sul 4-2-3-1 e mi chiese dei consigli per la partita contro lo Sparta Praga. Da lì ho cominciato a viaggiare in giro per il mondo, dispensando consigli e visioni tattiche. Per la stagione successiva avevo diverse richieste relative alla categorie giovanili nazionali o prime squadre semiprofessionistiche, ma ho preferito continuare a rapportarmi con i professionisti. Così spedii i miei pacchi della speranza a svariate persone, tra cui Fausto Salsano. Lui mi ha contattato dicendomi che era rimasto impressionato, da quel giorno abbiamo cominciato a collaborare quotidianamente. Nel frattempo la Cavese era fallita e la nuova società ha preferito partire da zero, dalla terza categoria. Mi hanno richiamato alla guida tecnica della squadra ed io ho accettato, lasciandomi carta bianca su tutta l’organizzazione tecnica. Così, un pò per provocazione, ma molto per la passione e per la voglia di provare a recuperare tanti talenti che si erano messi in luce proprio in quella società negli anni passati abbiamo composto uno staff altamente competente, facendo un campionato con 180 goal segnati e 5 subiti, vincendo tutte le partite. Dopo essere stato anche a Manchester, rapportandomi con professionisti disponibili ed esperti (R.Mancini, D.Platt, I.Carminati, M.Battara) alla fine Sinisa Mihajlovic ha deciso di scegliermi come suo vice alla guida della nazionale serba, il resto è storia recente».

Ci spieghi com’è il suo rapporto con Sinisa Mihajlovic. Anche lei ha dovuto imparare l’inno serbo a memoria e smettere di mangiare la cioccolata come è stato imposto a Ljajic?

(Ride, ndr) «Ho un ottimo rapporto con lui. Sinisa è schietto, diretto, molto leale, un professionista esemplare per impegno ed umiltà. Inoltre, ha doti di leadership non comuni a tutti. Sono fiero di poter lavorare al suo fianco. Dal punto di vista tecnico ci troviamo bene, nell’organizzazione tattica in particolare mi lascia molto spazio decisionale. Sul caso Ljajic, posso dire che i calciatori hanno firmato un codice etico, ci è stato chiesto di ripulire l’immagine della Serbia anche a seguito dei fatti di Genova. Il nostro c.t. fa bene a puntare sul rispetto delle regole e sulla disciplina ma sempre aggiungo, con tanta disponiblità nei confronti dei meno esperti. Adem resta sicuramente un grande talento, noi siamo una delle squadre più giovani d’Europa con tanti calciatori nati tra il ’94 ed il ’92».

Il suo lavoro ora come ora è un po’ come quello del giornalista, no? Svariate collaborazioni sparse qua e là e tanto lavoro in sordina, ma quando ci sarà il grande salto? Si sentirebbe pronto per sedere da protagonista su una panchina? Magari in Serie A…

«È ovvio che mi piacerebbe, ma per il momento penso a lavorare giorno per giorno, non guardo troppo avanti, mi devo concentrare già sugli errori commessi contro la Croazia, non posso fermarmi a sognare. Tutto quello che viene è ben gradito, per me l’esser arrivato fin qui è un grande traguardo, per il momento voglio preservarlo, non ho fretta, voglio dare il massimo con la Serbia».

Nel campionato italiano circa la metà delle squadre adotta la difesa a 3 e questo schema di gioco sembra funzionare anche in Europa. Quali sono i vantaggi dello schierarsi a tre dietro? Lei quale modulo predilige?

«Entrando nell’aspetto tattico, la difesa a tre consente di sfruttare la superiorità numerica in altre zone del campo. La Juventus, ad esempio, esprime grande forza d’urto nella zona mediana. In secondo luogo, credo che sia vantaggioso anche nella fase di avvio della manovra. Con tre difensori aperti e dalle buone doti di palleggio, si ha la possibilità di uscire dalla difesa in modo fluido. Sicuramente, da un punto di vista difensivo, la difesa a tre garantisce una densità importante. Penso che in Europa sia importante trovare una personalità alla squadra. Con tre difensori aperti in fase di possesso si alza il baricentro e questo porta al raggiungimento di grandi risultati, con il baricentro basso invece si fa fatica. Personalmente, non ho un modulo prediletto, preferisco lavorare sui principi di gioco applicabili a qualsiasi sistema, questo permette ai ragazzi di apprendere elementi di tattica individuale, prima che collettiva, decisivi per la loro crescita (tempi di smarcamento, contro movimenti, postura e orientamenti…) a prescindere dal modulo. In questi anni ho lavorato tanto sia con il 4-2-3-1, modulo che adottiamo anche con la Serbia, che con il 4-3-3. Adesso sto buttando giù altri progetti, vorrei dedicare un libro al 3-4-2-1».

Internet ormai può essere una grande fonte di visibilità. Quanto deve il suo successo al web? Qual è il suo rapporto con i social network?

«Penso che Internet sia uno strumento fondamentale per il confronto. Ha dato la possibilità a tutti gli allenatori di accrescere il livello della propria conoscenza tecnica. Personalmente, credo di aver giovato dei canali Facebook e Youtube, per la possibilità che essi hanno di diffondere le mie idee. Grazie al web sicuramente la mia visibilità è cresciuta. Ovviamente, prima c’è il sudore, poi viene il resto. Internet può essere un grande strumento, se usato intelligentemente».

Adesso però voliamo un po’ di fantasia. Mondiali 2014: Italia – Serbia. Come si ferma uno come Pirlo?

«Su due piedi direi sperando che non sia in giornata (ride, ndr). Riflettendoci su, penso che vi siano due soluzioni: la prima è quella di organizzare il proprio sistema di gioco con un trequartista o una seconda punta che si occupi di lui, mentre la seconda, che a mio avviso è la migliore, è quella di dargli una pressione continua che non sia individuale ma collettiva. Sono dell’idea che una squadra debba mantenere i principi di gioco senza snaturare il proprio gioco, lavorando sull’inerzia in fase di non possesso. Non ci dev’essere un unico uomo ad occuparsi di lui: la gestione dei tempi e degli spazi va fatta in modo collettivo».

In tanti dicono che il calcio è un mondo chiuso, quasi una casta, se non hai un passato da stimato calciatore è difficile entrare a farne parte a grandi livelli…Lei si sente un po’ come il Beppe Grillo del calcio?

«Ci sono tante altre storie più eclatanti della mia, non me la sento di ergermi al grillino del calcio. Mi rendo conto che la mia storia serve a sfatare il tabù, la mia è un’eccezione. Sono convinto che chi, come me, ha fatto gavette lunghissime, non può sbagliare nulla, non può rilassarsi un secondo. In qualsiasi categoria ho dovuto vincere sempre, lavorando sodo. Nel calcio, che tu sia a qualsiasi livello, ti godi quello che stai facendo. La mia linea è sempre stata quella di avere un atteggiamento professionale, in ogni categoria, con cognizione di causa, indipendentemente dal contesto. Il tragitto più lungo oltre ad essere quello più faticoso, serve anche per temprare, per farsi le ossa. Chi non è stato un ex calciatore professionista deve fare una strada più lunga, ma quando arriva al traguardo è inattaccabile, nessuno lo butta giù».

Il calcio del giorno

Advertisement

Ultimissime

video

Change privacy settings
×