L’Italia mediocre di Di Biagio e Candreva: se questa è la premessa, meglio fingersi stranieri

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La non premessa dell’Italia Di Biagio, un c. t. senza coraggio per una Nazionale ancora mediocre di cui non ci interessa conoscere la storia: ecco perché stavolta un po’ di sano pregiudizio non può farci male

Spesso si dice che giudicare un libro dalla copertina è oltremodo sbagliato. Fesserie. Giudicare una storia dall’inizio può essere al contempo forviante, ma anche veritiero. La verità, infatti, non è nei ripensamenti o nelle riflessioni a freddo del giorno dopo. La verità è immediata, subitanea, spontanea: un flash della mente al primo impatto. Poco importa che sia politicamente scorretta, infame o scomoda: alcuni libri si possono giudicare anche dalla copertina. Riteniamo dunque che il pregiudizio sia l’origine di tutti i mali? Non sbagliamo, ma del resto siamo umani. Umanamente pregiudizievoli o, se preferite, portatori sani – nemmeno tanto – di pregiudizio. Per questo a pensare male ogni tanto – anche più di ogni tanto – ci si prende e, diciamolo, pensare che Luigi Di Biagio, per gli amici Gigi, sia un pessimo commissario tecnico senza ancora averlo visto all’opera, non può essere sbagliato.

Che Dio ci scansi, dopo la più grande sciagura calcistica degli ultimi cinquant’anni, da una tragedia ancora più immane: confermarlo sulla panchina della Nazionale. Perché se queste sono le premesse, la copertina del libro appunto (leggi anche: ITALIA: LE CONVOCAZIONI DI DI BIAGIO), il resto della storia non potrà che far schifo. A prescindere. La premessa, in questo caso poi, è una non premessa: l’eterna immutabilità del nulla cosmico. Lo diceva anche Fernando Botero, un grande pittore del Novecento ancora tra noi: «Non ho paura dell’inferno, ma dell’immobilismo». E alla fine l’immobile Di Biagio potrebbe essere per la sciagurata Italia pure peggio del demonio: un uomo restio al cambiamento perché privo di attributi per cambiare. Un parafulmine per ogni evenienza cioè, un sicuro rifugio di mediocrità, un c. t. buono per tutte le stagioni. Una stagione più vomitevole dell’altra però, se vogliamo essere precisi.

L’Italia e i nuovi paradigmi di mediocrità: Di Biagio e Candreva

Inutile e persino superfluo analizzare le prime convocazioni del commissario tecnico ad interim – speriamo – dell’Italia allora: potremmo discutere a lungo circa le sue scelte, ma non sfuggiremmo mai dal presupposto iniziale. Di Biagio ha scelto di non scegliere. Di affidarsi al vecchio, all’usato sicuro – che poi tanto sicuro non è tutto sommato, considerati i risultati recenti – di un nugolo di giocatori buono ormai solo ad andare sì in Russia, ma al massimo a cialtrone, non certo a giocare un Mondiale. Passi l’inutile passerella concessa a Gigi Buffon (leggi anche: GIGI, MOBBASTA VERAMENTE), passi persino la soporifera ennesima chiamata dell’anonimo Matteo Darmian e sì, passi l’ulteriore attestazione di stima ad Andrea Belotti piuttosto che a Mario Balotelli. Tanto, considerata la non premessa appunto, uno vale l’altro.

Non passi però sott’occhio che nella Nazionale più scarsa del secolo, allenata probabilmente dal c. t. più scarso del secolo, più scarso persino di chi lo ha preceduto (ed è tutto dire), trovi ancora spazio chi dell’inconsistenza tecnica è diventato, suo malgrado, emblema ed archetipo: Antonio Candreva. Confermare lui più di chiunque altro è oltremodo paradigmatico di ciò che oggi siamo ma, soprattutto, di ciò rischiamo di non essere mai. Nel libro – speriamo di poche pagine – che ci accingiamo ad aprire è contenuta una storia che faremo fatica a leggere, al di là del risultato finale, che a questo punto poco importa davvero. Il suo autore è un c. t. piccolo piccolo col coraggio di un moscerino. La copertina invece merita di essere giudicata sin da subito con sommo pregiudizio (e chi se ne frega dei luoghi comuni): è oscena, ve lo anticipiamo noi, quindi meglio chiudere gli occhi e fingere di non essere italiani.