Serie A
Lanzafame racconta la sua storia: «Fui accusato di una combine di due partite, in un attimo mi ritrovai senza contratto…»
Lanzafame ha aperto lo scrigno dei ricordi, raccontato in questa intervista la sua storia. Le parole dell’ex Juventus
Intervista di Davide Lanzafame a La Gazzetta dello Sport: l’ex attaccante si racconta, dall’ascesa in bianconero allo scandalo calcioscommesse, fino alla rinascita in Ungheria e al presente da allenatore.
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LA RIPARTENZA «Nel mio piccolo sì. Ho sempre voluto fare l’allenatore dopo il ritiro. Ho cominciato in Ungheria ma poi sono tornato, dando priorità alle mie bambine. Oggi sono felice. Ai miei ragazzi dell’Autovip San Marco, Promozione piemontese, dico sempre che a 17-18 anni serve personalità per prendere scelte forti».
L’INSEGNAMENTO «Che è possibile ricostruirsi da zero. Fama, contratti, fiducia. Io l’ho fatto a 25 anni, quando tutto sembrava compromesso».
L’ACCUSA «L’accusa era relativa a una combine di due partite: Bari-Treviso 0-1 e Salernitana-Bari 3-2, entrambe due sconfitte. Io ho sempre messo la faccia davanti alla questione, assumendomi tutte le responsabilità. Ho pagato per quello che ho fatto, ricevendo 13 mesi di squalifica».
IL MOMENTO DELL’ACCUSA «Nel peggiore possibile. Ero a Catania, stavo facendo bene anche con l’Under 21, la Nazionale maggiore era alla portata. In un attimo mi sono ritrovato senza contratto. Mi allenavo da solo, con un mental coach e un preparatore atletico. È iniziata una fase di introspezione profonda. Poi ho ricominciato».
COME ACCADDE «Quando arrivai a Bari avevo 20 anni, ero giovanissimo. In certi contesti, se qualcuno dello spogliatoio ti dice come devi giocare una partita, non riesci a dire di no. Non voglio fare nomi. L’ambiente non era semplice, soprattutto per il peso dei senatori. Ma non cerco alibi: mi sono assunto le mie responsabilità e ho pagato. È stata una batosta enorme. Molti avrebbero smesso, io sono andato avanti. Devo tutto alla mia forza d’animo».
L’UNGHERIA COME FUGA «No. Andai all’Honved nel 2013 per cercare qualcosa di diverso. Avevo bisogno di staccare dopo tanti anni in Serie B. Mi chiamò Marco Rossi e non ci pensai due volte. Presi mia moglie e partii. Mi davano del pazzo. In cinque anni ho vinto due scudetti, una coppa nazionale e due titoli di capocannoniere. Lì sono rinato».
LE ORIGINI «Ho cominciato a cinque anni al Barcanova grazie a mio padre che era dirigente. Poi feci un provino al Torino, andò bene ma poi non mi tesserarono. A quel punto arrivò la Juventus e non ci pensai due volte. Sono stati tredici anni memorabili in cui sono cresciuto come uomo e calciatore, al fianco di fenomeni».
I RICORDI BIANCONERI «Ho vinto tutto tra Berretti e Primavera. Devo tantissimo a Guido Mattei, il mio mentore dall’Under 13. Un maestro di calcio, fu lui a svezzarmi tecnicamente. Nel 2007 fui capocannoniere al Viareggio con sette gol, molti segnati da subentrato. Uscimmo agli ottavi contro il Piacenza di Nainggolan. In quel momento avevo i riflettori puntati, pensavo in grande. Se non ci fosse stata la vicenda che mi ha coinvolto, chissà come sarebbe andata».
L’ANEDDOTO «Quando ero in Under 21 io, Giovinco e Balotelli una sera scappammo dal ritiro, eravamo in albergo a Tel Aviv: siamo rimasti fuori a chiacchierare e fare scherzi tra noi. Casiraghi e Zola si accorsero che non eravamo nelle stanze, ci beccarono e ci fecero una ramanzina. Il giorno dopo giocavamo contro Israele, spareggi per gli Europei. Casiraghi ci minacciò che, se non avessimo vinto, avrebbe detto tutto ai giornali. Vincemmo 3-1, Balotelli fece doppietta e io un assist. Meno male».