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Manfredonia: «Oggi aggiusto i piedi, nell’89 rischia la morte»

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L’ex calciatore Lionello Manfredonia parla del suo nuovo lavoro in una Accademia di Calcio

Lionello Manfredonia, ex stopper di Lazio, Juventus Roma, ha parlato in una intervista a La Gazzetta dello Sport del suo passato da calciatore e del suo nuovo lavoro in una Accademia di Calcio.

ACCADEMIA – «Dirigo un’accademia a Vicenza, si chiama “Il Vero Calcio”. Impartiamo lezioni di tecnica individuale ai ragazzi. Le società ci chiamano per migliorare la sensibilità dei piedi dei ragazzi e il nostro staff di istruttori, capeggiato da Massimo De Paoli (figlio di Virginio, centravanti di Brescia e Juve negli anni 60, ndr), provvede. Insegniamo tutto quello che una volta si imparava con il gioco del pallone nelle strade: stop, destro, sinistro, anticipo, dribbling, colpo di testa, equilibrio. Da bambini dovevamo scartare gli avversari, i pali e i lampioni, e imparavamo». 

IMPOVERIMENTO TECNICO – «Ci arrivano giovani strutturati bene nel fisico e preparati nella tattica, ma di giocate alla Cassano ne vediamo sempre meno. In un’intervista Allegri ha detto che a volte gli aggregano dei Primavera e lui resta perplesso perché non sanno fare cose che dovrebbero essere scontate». 

LAZIO – «Sì, io e Bruno Giordano due ragazzini a contatto con una squadra di pazzi meravigliosi. Ho visto cose oggi impensabili: il sabato mattina Martini e Re Cecconi facevano paracadutismo e poi si allenavano. Lo spogliatoio era diviso in due (il gruppo di Chinaglia e Wilson da una parte, quello di Martini e Re Cecconi dall’altra, ndr), nelle partitelle si prendevano a botte, Chinaglia era una furia. La domenica si compattavano e vincevano. Li teneva assieme Tommaso Maestrelli, grande uomo e maestro di calcio, con un gioco molto olandese. Poi Maestrelli si ammalò e morì. Re Cecconi venne ucciso per sbaglio nella tragedia della gioielleria. La magia finì». 

LITIGIO CON BEARZOT – «Vero anche questo. Mi convocò per il Mondiale in Argentina come riserva di Bellugi, poi Mauro si fece male e lui lo sostituì con Cuccureddu, un terzino, anche se il ruolo era quello dello stopper, cioè il mio. Ero giovane e impulsivo, affrontai Bearzot: “Mister, se le cose stanno così, la prossima volta mi lasci a casa”. Mi prese in parola e di fatto con la Nazionale chiusi lì, giocai ancora un’amichevole e stop. Un errore, è chiaro, ma ho sempre detto ciò che pensavo». 

CALCIO SCOMMESSE – «Vale il discorso di prima. Io e Bruno Giordano frequentavamo il ristorante sbagliato e nessuno ci suggerì di cambiare locale. Di base eravamo degli ingenui, ci facemmo coinvolgere in una situazione che non ci apparteneva per niente. Ci diedero tre anni di squalifica (accorciata dall’amnistia per la vittoria nel Mondiale ’82, ndr) anche perché non ci andava di passare per spie». 

RAPPORTO CON AGNELLI – «Ero uno di quelli che veniva svegliato dalle sue mitiche telefonate all’alba. A Villar Perosa, in ritiro, aveva sempre parole gentili per me. Diceva: “Manfredonia è fortissimo a modo suo”». 

PLATINI – «Grande Michel. Voleva sempre la palla, a volte non gliela passavo perché era marcato, si arrabbiava: “Tu dammela, poi ci penso io”. Un giorno contro il Real mi annullarono un gol regolare, per una spinta inesistente di Brio. In spogliatoio Michel fece una delle sua battute: “Giusto così, Lionello non può segnare al Bernabeu”. Troppo simpatico». 

RISCHIO MORTE NELL”89 – «Rischiai la morte per un arresto cardiaco e non sarei qui se non ci fossero stati l’ambulanza sulla pista e un grande ospedale vicino. Faceva freddo, avevo un po’ di febbre, non indossai la maglia della salute in lana, ero stressato perché mia madre se ne era andata da poco. Gli esami dimostrarono che non soffrivo di patologie . Una sincope vagale, credo. Mi negarono l’idoneità, la mia carriera si chiuse e va bene. Non era il caso di sfidare ancora la volontà del Padreterno».