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Processo Maradona, terza udienza a Buenos Aires: le accuse a Luque e le lacrime di Gianinna. La ricostruzione di quanto successo

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Processo Maradona, terza udienza andata in scena a Buenos Aires: dalle accuse a Luque alle lacrime di Gianinna. Cosa è accaduto

Al tribunale di San Isidro a Buenos Aires è andato in scena il terzo atto del nuovo processo Maradona. Il procedimento giudiziario, ripartito lo scorso marzo dopo l’annullamento del 2025 causato dallo scandalo di una giudice, vede sul banco degli imputati i sette operatori sanitari responsabili della convalescenza domiciliare dell’ex fuoriclasse argentino.

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Le accuse al team medico e il rischio carcere

Le posizioni più delicate sono quelle del neurochirurgo e medico personale Leopoldo Luque, della psichiatra Agustina Cosachov e dello psicologo Carlos Diaz. I professionisti devono rispondere della gravissima accusa di omicidio semplice con dolo eventuale, un reato che prevede condanne severissime, con la prospettiva di rischiare dagli 8 ai 25 anni di reclusione. Il dibattimento si è concentrato principalmente sulla figura di Luque, il quale, all’inizio di novembre 2020, spinse la famiglia del Diez ad accettare la controversa degenza domiciliare, subito dopo il delicato intervento chirurgico per rimuovere un ematoma subdurale.

La testimonianza di Gianinna Maradona e il dolore in aula

Il momento più drammatico dell’udienza ha visto come protagonista Gianinna Maradona. La secondogenita di Diego è crollata in lacrime sul banco dei testimoni durante l’ascolto dei messaggi vocali inviati all’epoca da Luque per orientare la scelta familiare. Gianinna ha rivelato ai giudici che, insieme alla sorella Dalma, aveva fortemente proposto il ricovero del padre in una clinica specializzata, valutando persino un ordine del tribunale contro la volontà stessa del campione. Tuttavia, le pressioni del neurochirurgo risultarono decisive per il trasferimento a casa. Davanti alla corte, la donna ha attaccato duramente il medico: Ci ha manipolato, ci ha garantito che ci sarebbero state le apparecchiature necessarie per un ricovero serio”.

Le parole del pm e l’esito dell’autopsia

Il pubblico ministero Patricio Ferrari non ha usato mezzi termini, puntando il dito contro i medici colpevoli di aver abbandonato Diego alla sua sorte, negandogli le cure adeguate. Diego Armando Maradona si è spento il 25 novembre 2020 nella sua abitazione di Tigre, a venti giorni dall’operazione. L’autopsia ha stabilito che la morte è sopraggiunta per un edema polmonare acuto secondario, provocato da una grave insufficienza cardiaca. Il cuore di Diego pesava 503 grammi (il doppio del normale) e presentava una cardiomiopatia dilatativa con un severo accumulo di liquidi negli organi. Una tragedia clinica che l’accusa ha duramente etichettato come un’indifferenza letale e criminale da parte di chi avrebbe dovuto tutelare la sua salute. Lo riporta La Gazzetta dello Sport.

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