Perché la stagione della Roma resta a due volti

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L’accesso in Champions League, peraltro arrivato prima di giocare la propria gara contro la Juventus, chiude la stagione della Roma di Di Francesco: l’analisi

Champions League doveva essere e Champions League è stata: in questo turno di campionato, addirittura ancor prima di giocare. Sì, perché il tonfo interno incassato dall’Inter per mano del Sassuolo ha certificato il piazzamento europeo della Roma di Eusebio Di Francesco. Che poi, contro la Juventus, si è ritrovata a giocare per la gloria, come si suol dire. Resta da rendere aritmetica la conquista del terzo posto, nell’ultimo turno della Serie A 2017-18, per quel che vale nella riformulazione dell’attuale stagione, con le prime quattro forze del campionato aventi diritto ad accedere alla Champions League dalla porta principale. Senza insidiosi turni preliminari. Ad ogni modo fare primi resta differenti dal fare secondi, che a sua volta è qualcosa di diverso dal concludere terzi o quarti. Ragion per cui la Roma onorerà il suo prossimo impegno in casa del Sassuolo, per chiudere al meglio un’annata ricca di elementi.

Roma, il bilancio del campionato

Ad ogni modo nessuno si offenderà se vengono tracciati i bilanci definitivi della stagione della Roma. Partendo dal campionato: terzo posto (basta un punto a Sassuolo per renderlo definitivo), che si traduce in un passo indietro rispetto alla passata edizione della Serie A. Quando la Roma riuscì a centrare il secondo posto alle spalle della Juventus. Con la bellezza di ottantasette punti: oggi sono settantaquattro ed al massimo saranno settantasette. Tanti in meno rispetto alla gestione Spalletti. Eppure la Roma di Eusebio Di Francesco ha trovato una solidità difensiva decisamente maggiore rispetto ad un anno fa: ventotto le reti incassate, contro le trentotto della passata edizione. Ed allora: non vige la regola della difesa? No, se il dato offensivo subisce un ridimensionamento così evidente come accaduto nel caso della Roma: addirittura novanta le reti realizzate dalla banda Spalletti – secondo attacco dietro la macchina da gol di Maurizio Sarri – contro il dato odierno delle sessanta segnature. Statistica ridimensionata addirittura di un terzo. Non inserire nell’analisi della stagione giallorossa questo crollo incassato in termini di prolificità andrebbe a privare l’analisi stessa dei suoi elementi più significativi.

Roma, le ragioni del calo

La cessione di Salah ha sicuramente influito sul dato appena presentato: non tanto per i numeri straordinari che è riuscito a centrare nella sua nuova esperienza con la maglia del Liverpool – Premier League campionato differente, impostazione tattica ed attitudinale del suo nuovo club anche – quanto per l’apporto che portava in dote alla Roma. Mohamed Salah era l’uomo fuori schema, quello al quale appoggiarsi quando le cose non giravano nel verso giusto, l’uomo dello strappo, della transizione, della folata negli spazi, l’uomo che ti fa respirare quando la pressione avversaria si rende insopportabile. Non vogliamo neanche analizzare la tanto discussa cessione, con la Roma presa per il collo dai paletti del financial fair play della Uefa: il problema è invece rintracciabile nelle contromosse di Monchi, quelle che poi non sono riuscite a garantire alla gestione tecnica un’adeguata sostituzione. Per gli stessi milioni incassati dal Liverpool nell’affare Salah, è arrivato in quel di Trigoria Patrik Schick: il responso parla di una stagione fallimentare. Una pezza in diversi momenti chiave è riuscita a metterla Cengiz Under, mentre l’apporto dei vari Perotti ed El Shaarawy è risultato ancora una volta discontinuo. Fatto sta che segnando così poco il distacco di classifica da Juventus e Napoli si è attestato su dimensioni troppo elevate per le ambizioni di questa Roma: lo schema della Serie A negli ultimi anni vedeva proprio questo trio al comando delle operazioni, i giallorossi probabilmente riusciranno a conservare il terzo posto ma a distanze siderali dalla coppia di testa, quasi rappresentando dunque un corpo a sé stante. Non è bastata dunque la discreta solidità difensiva raggiunta – ad onor del vero in buona parte attribuibile ai miracoli di Alisson – ma il condizionamento è arrivato dalla scarsa vena di una fase offensiva avviluppata su sé stessa.

Roma, bastano i sorrisi Champions?

Sul fronte internazionale la Roma è invece riuscita ad esaltarsi: data per spacciata nel girone eliminatorio con Chelsea ed Atletico Madrid, ha trovato il modo per uscire indenne e addirittura conquistare il primato del girone. Fattore valso poi un sorteggio relativamente comodo agli ottavi di finale, contro uno Shakhtar Donetsk comunque eliminato soltanto per la regola dei gol in trasferta. Poi il tonfo di Barcellona e la clamorosa rimonta dell’Olimpico, infine l’ulteriore crollo in casa del Liverpool, con quel parziale di 5-0 che lascia più di un dubbio sull’interpretazione generale del cammino giallorosso, ed il tentativo di rimonta nel finale di gara al ritorno, giunto oggettivamente più sui nervi che su una reale dimostrazione di forza. Ad ogni modo il cammino della Roma in Champions League ha portato in dote una semifinale e quel lustro internazionale che da tempo mancava: oltre, ovviamente, a quei fondi Uefa che quantomeno alleviano il prossimo confronto con il fair play finanziario. Nel contesto di un andamento folle la Roma ha trovato il modo per disputare una Champions League da urlo, con la conquista di una semifinale storica che deve rendere la sua immediata proiezione nel futuro: il club può sfruttare gli incassi per gestire il debito con la Uefa e finanziare una campagna acquisti che dovrà inevitabilmente rinforzare alcuni comparti di campo. Su tutti, neanche a dirlo, un attacco che come dimostrato si è rivelato meno redditizio rispetto ai fasti passati. L’obiettivo interno è quello di ridurre il gap dalle forze di testa e ripresentarsi ai nastri della prossima stagione come una seria candidata alla conquista del titolo. Quello internazionale è di strutturarsi a determinati livelli, dare continuità e dimostrare che l’attuale percorso non sia un mero caso. Alla base del tutto la consapevolezza che il cammino internazionale ha arrecato alla causa: non cavalcare l’onda rappresenterebbe la più amara delle occasioni perse.