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Sassuolo, D’Andrea: «Il mio calcio di strada»

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D'Andrea Sassuolo

Classe 2004, napoletano, Luca D’Andrea è l’ultima bella novità del Sassuolo. Questi i pensieri del diciottenne a La Gazzetta dello Sport.

PONTICELLI – «Il pallone mi ha aiutato, è sempre stato la mia ragione di vita. Da quando avevo quattro anni passavo la giornata per strada a giocare. Mia madre mi chiamava dalla finestra per farmi andare a mangiare. Ma dopo cena tornavo giù, anche se per strada a una certa ora non c’è mai nessuno. La gente ha paura, la situazione è brutta. Io sono sempre stato con i ragazzi più grandi: ero bravo con il pallone e quindi mi accettavano. E la testa mi aiutava: ho visto anche molte cose brutte, ma quando mi accorgevo che stava accadendo qualcosa, andavo via. Sono cresciuto in fretta. Alcuni amici hanno preso strade sbagliate: succede a tanti, in quel quartiere. Ma c’è anche molta gente onesta. E quando sono tornato dopo l’esordio in A, mi hanno fatto una grande festa. La mia famiglia vive ancora lì: papà Antonio (39 anni), mamma Mariana (36) e poi Pasquale (23), Mattias (12) e Simona (7). Il mio sogno è portarli tutti a Sassuolo con me. Anche se il mio quartiere me lo sono tatuato sul braccio: io che gioco per strada accanto alla case».

SPAL A 13 ANNI – «I primi tempi sono stati duri. Per fortuna papà veniva spesso a trovarmi e mi dava forza. Poi ho fatto in totale solitudine anche il primo lockdown per il Covid: un’esperienza pazzesca, nel convitto c’eravamo solo io e il tuto. Mi allenavo ogni giorno in camera seguendo il programma che mi veniva dato. Sono stato anche positivo e mi lasciavano i pasti fuori dalla porta».

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