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Calcio Estero

I Mondiali di Simon Kuper: l’impatto di Trump, la geopolitica e l’iper-mercificazione del calcio

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Donald Trump, presidente degli USA

Il giornalista Simon Kuper analizza il torneo negli USA: dagli stadi mezzi vuoti per il caro biglietti alle critiche alla FIFA di Gianni Infantino

Il giornalista e studioso Simon Kuper, autore del recente libro “World Cup Fever“, traccia un bilancio netto delle prime fasi dei Mondiali, evidenziando luci e ombre di un torneo profondamente intrecciato con dinamiche politiche ed economiche. La Stampa ha ospitato la sua analisi

Lo spettacolo sul campo e la crisi degli spalti

Dal punto di vista puramente sportivo, Kuper elogia con sorpresa l’attitudine offensiva delle squadre, un gradito cambio di rotta rispetto ai noiosi tatticismi difensivi visti in molti tornei precedenti. Tuttavia, il rovescio della medaglia è rappresentato dalle tribune: gli stadi mezzi vuoti confermano che i prezzi eccessivi dei biglietti e l’iper-mercificazione del calcio stanno progressivamente allontanando i veri tifosi.

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Il “Mondiale MAGA” e il ruolo di Trump

Kuper definisce senza mezzi termini questa edizione come i “Mondiali MAGA“, considerandoli coerenti con la retorica dell’attuale amministrazione americana. Sebbene Donald Trump non si sia ancora palesato negli stadi—situati prevalentemente in città a guida democratica dove rischierebbe i fischi—ha già raggiunto il suo scopo politico. Le severe azioni della polizia di frontiera, che hanno causato respingimenti e ritardi per arbitri, giocatori e squadre, servono a riaffermare su scala globale il suo duro messaggio contro l’immigrazione.

A fargli da sponda, secondo lo scrittore, c’è il presidente della FIFA Gianni Infantino. Kuper lo descrive come un leader che “gestisce la FIFA allo stesso modo autoritario” degli autocrati che tanto ammira, criticandolo aspramente per non aver difeso un arbitro somalo respinto al confine e per le sue battute fuori luogo sull’allargamento del torneo.

Geopolitica in campo e il dibattito italiano

La presenza contemporanea di Stati Uniti e Iran è, per Kuper, la prova del periodo storico “folle e malsano” in cui viviamo. La nazionale iraniana, confinata in Messico e costretta a faticose trasferte per sfuggire a un clima teso (con la diaspora che non riconosce la squadra come propria), dimostra come il Mondiale agisca da lente d’ingrandimento sulle realtà sociopolitiche globali.

Confrontando le nazionali, lo studioso nota come la Francia multietnica e l’Italia “autarchica” riflettano le rispettive composizioni sociali del Paese. Riguardo alla perdurante crisi azzurra, Kuper smonta la teoria secondo cui i troppi stranieri in Serie A danneggino la Nazionale: citando l’esempio della Premier League britannica, sostiene che l’apertura agli stranieri costringe i giocatori locali a migliorarsi affrontando una concorrenza più agguerrita.

Il business americano vs. l’anima del calcio

L’espansione del torneo a 48 squadre e il caro biglietti si scontrano frontalmente con la tradizione calcistica. Mentre negli Stati Uniti lo sport è culturalmente permeato da un “ethos affaristico” accettato dal pubblico, nel calcio globale elitizzare l’accesso agli stadi per assistere a partite iniziali di basso valore tecnico finisce per svilire la competizione stessa.

Eppure, nonostante le pesanti ingerenze politiche e le logiche commerciali, Kuper chiude con un messaggio di ottimismo: «Quando l’arbitro fischia l’inizio della partita non contano più Trump o Infantino, solo la qualità delle squadre e del gioco». Come tifosi, ci attende comunque un mese di grande calcio da godere.

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