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2013

Roma-Dundee 3-0: non si interrompe un’emozione

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sebino nela roma-dundee united

Roma-Dundee 3-0: la splendida anticamera a una delle sconfitte più dolorose della storia giallorossa

Quando Nils Liedholm lasciò la Svezia leggenda narra che avesse promesso al padre di tornare entro uno o due anni. In realtà il Barone rimase nello Stivale per più di sessant’anni, più di mezzo secolo passato a impartire lezioni di calcio e di signorilità. Quel giorno in cui partì da Norrkoping e arrivò in Serie A non avrebbe mai immaginato di poter regalare in futuro una delle più grandi emozioni che i tifosi della Roma ricordino: con Liedholm infatti nel 1982-83 i lupacchiotti vinsero il secondo scudetto e si guadagnarono la possibilità di giocare la Coppa dei Campioni seguente, la cui finale si sarebbe curiosamente disputata allo Stadio Olimpico. Liedholm è forse una delle persone più sagge e pacate che il nostro calcio abbia mai avuto, ma forse anche lui quel 25 aprile 1984 dentro provava un calore fortissimo, incommensurabile, che ebbero anche altre decine di migliaia di persone tra Roma e l’Italia in quel momento.

TANNADICE – Il Tannadice è lo stadio del Dundee United, ma forse è meglio dire che è la bolgia del Dundee United, rende di più l’idea. All’andata è finita due a zero e come al solito quando gli italiani vanno a giocare all’estero piovono insulti, altro che discriminazione territoriale, roba da far impallidire pure Goebbels. Perdere due a zero una semifinale d’andata butterebbe giù chiunque e la Roma sarebbe anche parecchio abbacchiata se non ci fosse lui, il vero teorico dell’offesa: Jim McLean, la più grossa nemesi vivente del Barone. McLean viene dalla working-class del Lanarkshire e dice pane al pano e vino al vino, peccato che di vino ne abbia preso troppo prima della conferenza stampa per la semifinale di ritorno. McLean offende gli italiani, offende i romanisti e offende una nazione intera, stuzzica e provoca sicuro del fatto suo ma non sa che gli italiani sono un popolo strano e, come dice il suo connazionale Churchill, giocano le partite di calcio come se fossero delle guerre. Parole del genere non lasciano impassibili i romanisti, l’ambiente si carica e si preannuncia una sfida carica di tensione, agonistica e non. E’ un pomeriggio calco e soleggiato quello che vede in campo Roma e Dundee, è un pomeriggio in cui si deve scrivere la storia.

FATECE LARGOTancredi, Nappi, Righetti, Nela, Falcao, Maldera, Conti – anzi, Conti B. -, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani: è una filastrocca, è un mantra che lo speaker dell’Olimpico spara in mezzo alle migliaia di bandiere giallorosse di quel 25 aprile, una data storica per l’Italia e che deve diventare tale anche per i giallorossi. Si gioca all’Olimpico, è vero, ma solo perché la targa fuori dallo stadio recita quel nome, in realtà la partita si disputa al Colosseo: i giallorossi ringhiano e attaccano ogni pallone, la famosa frase di Liedholm «In dieci si gioca meglio» non trova per niente riscontro, perché la Roma in quel momento gioca in novantamila. E al ventitreesimo la Provvidenza prende le fattezze meno cherubine di Roberto Pruzzo da Crocefieschi, professione goleador. Dalla bandierina Bruno Conti dipinge un cross per la testa di Pruzzo, che incorna come meglio non potrebbe e supera McAlpine, è uno a zero ma è come se fosse uno a due e come è lecito fare in certi casi l’esultanza è solamente una maniera sbrigativa per riportare il pallone al centro del campo.

CALMA E FREDDEZZA – Agostino Di Bartolomei è una creatura di Liedholm, anche lui come lo svedese è uno taciturno ma che sa il fatto suo, soprattutto quando ha la palla tra i piedi. Verso la fine del primo tempo Ago prende palla a centrocampo e scodella in area un pallone per Falcao, il cui colpo di testa a casaccio arriva ancora a Pruzzo. Ora, in questo caso un attaccante sa bene cosa fare, spalle alla porta deve difendere il pallone addomesticandolo e cercare di girarsi nel più breve tempo possibile. Pruzzo fa così, perché per lui è una cosa normale e il tabellone indica due a zero. L’intervallo è una punizione troppo severa per la voglia di giocare e di vincere dei padroni di casa e infatti pochi minuti dopo il nuovo ingresso in campo è ancora un tarantolato Pruzzo a farsi stendere da McAlpine, l’arbitro Vautrot assegna un rigore sacrosanto e la possibilità di rimontare diventa concreta. Non c’è miglior persona al mondo per rendere l’astrattezza realtà se non il solito Agostino Di Bartolomei; il pallone pesa tantissimo ma il capitano giallorosso ha un cuore enorme e con una calma alla Obdulio Varela spiazza il numero uno avversario. La differenza di decibel tra il fischio dell’arbitro e la palla in rete è incredibile: la partita può durare anche un miliardo di minuti ma ormai la Roma ha vinto, il risultato è una formalità per gli istituti di statistica.

IL MEDIO DI NELA – Al fischio finale la faccia di McLean dice tutto, l’allenatore scozzese si incammina verso gli spogliatoi affranto mentre intorno arrivano gli improperi dei romanisti. Sebino Nela perde l’occasione di scrivere il suo nome nel Galateo quando sbeffeggia il tecnico con un dito medio che ha fatto il giro del mondo, pure Cerezo e Di Bartolomei si uniscono allo sfottò e in un attimo l’Olimpico sembra diventare la scena finale di In nome del popolo italiano. Tutto bello, tutto commovente, la partita perfetta. Ancora nessuno sa che quel 3-0 al Dundee sarà l’anticamera alla sconfitta più dolorosa nella storia della Roma. Il 30 maggio 1984 i giallorossi faranno harakiri in casa contro il Liverpool in una finale persa ai rigori che i tifosi romanisti ancora rimpiangono. Alla Roma nella sua storia non capiterà mai più un’occasione del genere, non vale interrompere così un’emozione talmente grande. Liedholm, Falcao, Pruzzo, Graziani e gli altri sono testimoni di una sconfitta tremenda. Tuttavia è più triste quello che succederà dieci anni dopo, quando Di Bartolomei verrà trovato senza vita nella sua casa di Castellabate: quella forse è la sconfitta più grande del calcio italiano.

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