2013
Stramaccioni e l’arte di essere felici
Ognuno ha la propria via maestra nella ricerca della felicita, ma chi vi parla non é Gabriele Muccino né tantomeno Will Smith: se l’arte di essere felici per Seneca nel “De vita beata” risiedeva principalmente nella ricerca del sommo bene, vale a dire, avere innanzitutto la piena virtù, bisogna anche avere una mente sana e seguire la ragione, ovvero conformarsi alla natura e, quindi, alla razionalità. Di per sè anche le bestie e/o gli ignoranti, che seguono l’istinto, possono essere felici, a loro modo, ma non hanno il senso della felicità.
Essere felici, dunque, non é condizione necessaria e sufficiente: bisogna avere anche la felicitatis intellectus, cioè la piena consapevolezza di quella condizione: allora, ci spiega il filosofo nato a Cordova, solo il saggio é veramente felice, perché a differenza dell’ignorante, che altrettanto può godere di una sua felicità, lo é con cognizione di causa. Un dettame tanto antico quanto attuale.
Andrea Stramaccioni è un tecnico giovane, preparato e brillante, ma evidentemente non riesce a godere il momento che sta vivendo e l’opportunità concessagli da Moratti da dodici mesi a questa parte. Allenare il terzo club più blasonato d’Italia, quando hai alle spalle una carriera con la trafila alla guida delle giovanili giallorosse e una NextGenSeries all’attivo con la Primavera nerazzurra, non capita tutti i giorni.
Tralasciando i giudizi di merito appaiono allarmanti gli scarichi di responsabilità sistematici di Strama nei post-partita. Andando a ritroso, ma nemmeno troppo lontano, torniamo a domenica scorsa. Lasciando stare il rigore all’Atalanta sul 3-1 per i nerazzurri, che ci trova totalmente d’accordo per quanto concerne l’assurdita del fischio arbitrale, appare totalmente riduttivo e irrispettoso parlare nel post-partita di quel singolo episodio.
Riduttivo perché quel rigore realizzato da Denis non ha fatto altro che accorciare le distanze dello svantaggio, irrispettoso perché i ragazzi di Colantuono hanno giocato col sangue agli occhi, mossi da un’aura superiore concretizzata nello spirito del presidente Ruggeri, scomparso pochi giorni addietro e a cui i terribili bergamaschi hanno prontamente dedicato la vittoria. Piuttosto, Stramaccioni spieghi il perché dei tre gol subiti in un quarto d’ora, in una gara che, sempre nel solco del mistico, aveva visto i gol di San Tommaso Rocchi e la doppietta, del tanto bistrattato fin qui, Ricky Alvarez.
Raggiungere la felicità é una strada tortuosa, un cammino lastricato e difficile da percorrere verso la meta, sia perché non sappiamo esattamente cosa sia, sia perché ignoriamo la strada che conduce verso di essa: quanto più ostinatamente cerchiamo di raggiungerla più ce ne allontaniamo.
Dunque, bisogna avere ben chiaro ciò che vogliamo, dopodiché cercheremo la via per arrivarci: fissare una meta, un obiettivo, comporta tante cose da dover evitare lungo il cammino, come ad esempio non frequentare le strade battute dai più. Sarebbe improponibile una Spaccanapoli a Milano, ad esempio, più per questioni lessicali e di bon-ton che altro. Stramaccioni fissi un obiettivo, decida le tappe e si esponga in prima persona, anche assumendosi colpe e/o responsabilità che esulano dall’operato dei fischietti: sarebbe già un ottimo punto di partenza.
Sarebbe altresì pericoloso seguire l’esempio di ricostruzione affrontato dalla Juventus due anni or sono o dal MIlan dopo le cessioni di Ibrahimovic e Thiago Silva. L’Inter e, ancor di più Stramaccioni, trovino la propria strada, il proprio percorso alla ricerca della felicità. Nulla è peggio del seguire il gregge come tante pecore: inevitabilmente. Ci condurrà non dove dobbiamo arrivare, ma dove arrivano tutti.