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2006 – 2013: Juve, è la chiusura di un cerchio

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Era il 7 maggio del 2006, lo stadio era ancora il vecchio ‘Delle Alpi’, casa di alcune tra le imprese più belle della Juventus a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. La formazione bianconera era forse la più forte, di cui i tifosi della Zebra abbiano mai potuto godere: in porta c’era già Buffon, già divenuto leader indiscusso di quella banda di ragazzotti inarrestabili, di cui sarebbe poi diventato capitano; poi gente del calibro di Cannavaro, Thuram e Zambrotta in difesa; il fiore all’occhiello composto dal centrocampo, con la geometria di Emerson, la maestosità di Vieira e le corse a perdifiato del gringo Camoranesi e dell’inarrestabile Nedved; infine l’attacco, quel giorno rappresentato dal sornione Trezeguet e da un Ibrahimovic ancora acerbo, ma già fortissimo. Di fronte c’era il Palermo, squadra che non avrebbe più chiesto nulla a quel campionato, terminato con un anonimo ottavo posto (diventato quinto durante quella pazza estate, ma ne parleremo più avanti) ma comunque desideroso di fare uno scherzetto a chi si avviava verso la conquista del tricolore numero 29.

C’era un’aria strana, quel giorno, al Delle Alpi. C’era tanta voglia di festeggiare, tanta voglia di godersi l’evento, ormai sacro, della domenica pomeriggio al fianco dei propri vicini di posto allo stadio e con i propri beniamini a correre in mezzo al campo. Ma c’era anche qualcos’altro a turbare l’ambiente: le voci, le paure inizialmente tenute sotto controllo ma divenute sempre più grandi, quasi ingombranti e opprimenti per il popolo che sostiene la Vecchia Signora. Si temeva la fine di tutto: la fine di quello squadrone quasi leggendario, che in due stagioni non aveva dato tregua alle inseguitrici e alle rivali storiche; la fine di una società costruita in oltre un decennio, fatto di vittorie miste a veleni e sospetti. Già, i veleni e i sospetti. Proprio quelli che portarono, durante la pazza e calda estate a cui si è fatto cenno in precedenza, quasi alla fine di tutto: due scudetti sparirono come d’incanto, nonostante tutti quelli che ancora li reclamano a gran voce siano in tanti; la famosa Triade, quella composta dal mago del mercato Moggi, dal passionale Bettega e dal diplomatico Giraudo, si sciolse assieme ai sogni juventini, di proseguire quel ciclo vincente avviato due anni prima; se ne andò anche Capello, il perfetto assemblatore di una squadra troppo forte per essere vera, e con lui andarono via anche tanti grandi campioni, ritrovatisi durante la magnifica finale Mondiale di Berlino come se si trattasse di una rimpatriata.

Da quel giorno, a dir poco infausto per il popolo juventino, sono passati sette anni quasi esatti (questione di giorni, non è il caso di fare gli schizzinosi) e tante cose sono cambiate. Sono passati ben due stadi, con il Delle Alpi spazzato via come un cumulo di foglie ingiallite e lo Stadio Olimpico che è stato dimora temporanea, in attesa dell’apertura ufficiale dello Juventus Stadium, impianto che, come pochi altri in Europa, assume i contorni di una vera e propria casa del tifoso, non fosse altro che si chiama proprio come la squadra che viene ospitata. Tanti giocatori e allenatori sono passati dalla Torino bianconera, tanti allenatori sono stati considerati “quelli giusti” alla maniera delle spasimanti di Ted Mosby in “How I met your mother”, ma solo due anni fa è arrivato davvero “quello giusto”, ovvero lo juventino vero Antonio Conte. E dopo sette anni, ci si ritrova ancora qui, la prima domenica di maggio ad affrontare proprio il Palermo, la cui situazione è sicuramente più disgraziata rispetto a quella di quel pomeriggio asfissiante del 2006. Lo scudetto da conquistare è sempre quello, il numero 29.

Stavolta non ci sono ostacoli all’orizzonte, sul fronte giudiziario così come su quello emotivo: niente lacrime per Bettega e Moggi in tribuna, niente scene al limite dello strazio a bordocampo. C’è solo un punto a dividere i campioni d’Italia dal diventare bi-campioni d’Italia, e poi sarà gioia, con un anticipo rispetto alla fine del campionato che mancava da tempo in Italia: dai tempi dell’Inter di Mourinho e di Mancini (che alla Vecchia Signora sta come la kryptonite sta a Superman), da quelli della Juve di Lippi o del Milan del già citato Capello. E anche quell’adagio, dedicato al numero di scudetti conquistati dai bianconeri sul campo, potrà essere accantonato o, se preferite, aggiornato.