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Pastore si racconta: «Il calcio l’ho imparato tra fango e asfalto, ecco il problema del calcio italiano. Sul mio Palermo…»

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Pastore

L’ex fantasista di Palermo, Roma e PSG, Javier Pastore, si è raccontato così ripercorrendo alcune tappe della propria carriera

Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, Javier Pastore riavvolge il proprio album dei ricordi e prova a darsi una spiegazione sulla crisi del calcio italiano, con la Nazionale che rischia di non qualificarsi ai Mondiali per tre edizioni consecutive.

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TUNNEL E PASSIONE PER IL CALCIO – «Certamente il mio marchio di fabbrica. Dal giorno in cui ho smesso, gioco solo per il piacere personale. E se ci sono bambini intorno è sempre meglio. Quando torno in Argentina, gioco con i nipoti e mi diverto tantissimo».

GLI INIZI COL CALCIO – «Ho iniziato per strada, a Cordoba, la mia città, nel mio quartiere. Andavo a scuola, ma ogni ricreazione si trasformava in una finale. Finita la giornata di scuola andavo ad allenarmi due o tre ore con la squadra di quartiere. E appena tornavo a casa, posavo il borsone e scappavo fuori per giocare con gli amici per strada, finché mia mamma non mi chiamava dentro per cenare. Tutta la mia infanzia è stata così, fino ai quindici, sedici anni».

LA SCUOLA DELLA STRADA PORTATA NEI GRANDI PALCOSCENICI – «Tante volte mi sono detto, in un’azione, dopo un gol o un passaggio: questo l’ho imparato per strada da ragazzo. Da quando ho dato i primi calci al pallone a cinque anni fino agli ultimi anni da professionista, sono sempre stato uno che immaginava il gioco, il gesto particolare. Da bambino lo sperimentavo con gli amici per strada e alla fine lo utilizzavo in campo. Inventare il gesto è una mia caratteristica».

IL MIO GESTO TECNICO PREFERITO IN ASSOLUTO? – «Beh, il tunnel, credo. Ne ho fatti tanti in carriera».

COME NASCE IL MIO SOPRANNOME IL FLACO – «Per strada. In Argentina tutti hanno un soprannome, nessuno si chiama per nome. Io sono sempre stato magrolino e così sono diventato El Flaco che mi piace pure, ed è rimasto».

QUALI GIOCATORI MI FANNO SOGNARE OGGI? – «Mbappé, Dembélé, Lamine Yamal che appartengono a quella categoria di giocatori che possono fare cose straordinarie, ognuno con il suo stile. Ma in generale penso che oggi sia più piacevole guardare una squadra che gioca bene che un giocatore singolo. Come il Psg, per esempio».

L’ITALIA STA PERDENDO QUESTA RICCHEZZA CHE NASCE PER STRADA? – «In tal senso c’è una grande responsabilità dei club italiani che dovrebbero dare molto più spazio ai giovani, senza aspettare che abbiano compiuto 23-24 anni per farli giocare. Ricordo che quando arrivai a Palermo c’erano giocatori di quell’età che non giocavano perché i dirigenti dicevano che dovevano crescere. Io a 19 già giocavo. Se non cambia questa mentalità, è impossibile che i giovani maturino forza e fiducia in loro stessi, necessarie per sentirsi pronti. Poi diventa troppo tardi per acquisirle».

PER QUESTO SI RISCHIA UN TERZO MONDIALE SENZA L’ITALIA? – «C’è una differenza enorme di qualità tecnica e personalità tra l’Italia di una ventina di anni fa e quella di oggi, a parte tre o quattro giocatori».

SEGUO SEMPRE IL PALERMO – «Sempre, e a metà aprile ci vado. Mi hanno invitato, e stanno facendo un gran lavoro. La Serie B è dura, ma spero che riescano a qualificarsi almeno per i playoff. Hanno una squadra e un allenatore giusto come Inzaghi per salire».

IL RICORDO PIU’ BELLO IN ROSANERO – «Ne ho tantissimi, a Palermo ho fatto due anni bellissimi. Ma più di tutti ricordo la finale di Coppa Italia del 2011 (persa 3-1 con l’Inter, ndr). All’Olimpico c’erano 50mila tifosi palermitani e fu qualcosa di indimenticabile».

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