Cagni, ex allenatore, ha alimentato il dibattito acceso con Lele Adani. Ecco cosa ha detto sul commentatore
L’ex allenatore Gigi Cagni, in una lunga intervista concessa a Repubblica, ha affrontato senza filtri le polemiche mediatiche con Lele Adani, analizzando al contempo la crisi del calcio italiano e l’evoluzione della narrazione sportiva in televisione.
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Il duello con Adani: dall’Empoli ai microfoni della Nazionale
Alla domanda sulle origini dei presunti dissapori con l’opinionista, Cagni chiarisce subito che non vi è alcun conto in sospeso personale: «Proprio niente, e io non ho fatto niente a lui. Mai litigato. È stato un mio calciatore nell’Empoli ma giocava poco, per me non era un titolare». Il fastidio nasce esclusivamente dallo stile di conduzione durante le telecronache della Nazionale: «Solo perché è inascoltabile, un guru di quelli che pensano di avere inventato il calcio, ormai prigioniero del proprio personaggio. Esagera sempre. In realtà è molto debole: mi ha attaccato anche se non alleno da sette anni, e sui social lo hanno massacrato tutti. Credo che la Rai non gli rinnoverà il contratto, per me ha chiuso».
I talent televisivi e la critica al “tiki taka”
L’ex tecnico allarga poi la sua analisi ai salotti televisivi odierni, accusati di poca competenza e scarsa memoria: «Questi cosiddetti talent televisivi, che poi anche certi termini inglesi ve li raccomando, di calcio sanno poco e capiscono meno. Molti di loro non conoscono la storia, non hanno mai visto giocare l’Ajax del 1967, non dico quello del 1972, e neppure il Toro di Radice, la Ternana di Viciani o il Varese di Fascetti, memorabili esempi di pressing e fuorigioco».
L’ossessione per il gioco di posizione spagnolo, secondo Cagni, ha pesantemente danneggiato i ritmi della Serie A: «In tanti lo hanno esaltato, e qui devo tornare ad Adani: risultato, la serie A ha abbassato i ritmi in modo pauroso senza avere Xavi e Iniesta. Io andai a Barcellona per studiare Guardiola prima di tanti altri: mi viene da ridere pensando a tutti quelli che lo hanno scimmiottato». La spettacolarizzazione a tutti i costi ha un prezzo amaro: «In tivù parlano presunti scienziati per tentare di renderlo più attrattivo, così vogliono gli sponsor e tutti urlano, tutti parlano inglese, poi non andiamo ai Mondiali da una vita e un motivo ci sarà».
Giocatori fragili e il rimpianto per i cronisti del passato
Per spiegare il declino del nostro movimento, culminato nei fallimenti recenti, Cagni punta il dito sull’atteggiamento dei calciatori: «Colpa di una generazione di calciatori senza personalità, sono figli e nipoti fragili. Guardate gli occhi da belva di Beppe Bergomi nell’82, prima di sostituire Collovati contro il Brasile: aveva 18 anni e le pupille iniettate di sangue. E poi guardate gli azzurri in lacrime sul campo in Bosnia, osservate come si disperano con le mani tra i capelli. Il mio allenatore delle giovanili del Brescia ci diceva: non vi venga mai in mente di fare scene dopo aver segnato un gol o dopo averlo preso, abbiate rispetto».
A chiudere l’intervista, un amaro paragone con il giornalismo sportivo di un tempo, fatto di rigore e garbo: «Io ho vissuto per mezzo secolo in campo, 20 anni da giocatore e 30 da allenatore, conosco la storia ma non ho mai avuto le certezze che in tanti invece esibiscono. In Rai mi intervistavano giornalisti come Nando Martellini o Bruno Pizzul, potevano criticare ma non si sarebbero mai permessi certi giudizi maleducati».