Calcio italiano
Puggioni a SampNews24: «Già durante il Mondiale in Sudafrica uscì il problema dei giovani, prima i ragazzi giovano in piazza»
Il responsabile del settore giovanile della Sampdoria, Christian Puggioni, ha analizzato diversi problemi legati al calcio italiano
Intervistato in esclusiva da SampNews24, Christian Puggioni, responsabile del settore giovanile blucerchiato, ha risposto a diverse domande legate alla crisi del calcio italiano, a partire proprio dal mondo giovanile.
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SULLA CRISI DEL CALCIO ITALIANO – «Io credo che la la problematica sia più di ampio spettro. Il fatto è che oggi i giovani devono giocare perché c’è un’obbligatorietà in base all’età, questo penso che sia altamente controproducente per loro. Questo perché? Perché non potranno giocare solo i giovani bravi di quell’età, ma giocheranno anche dei giovani di quell’età che non sono bravi. Questo va a livellare verso il basso la qualità del campionato dove questi ragazzi si affacciano. E quindi io mi chiedo: se abbassiamo verso il basso la qualità dei nostri campionati, come possiamo pensare di formare dei giocatori che poi debbano fare la differenza in Serie A e in panorama europeo? Bisogna tornare alla meritocrazia tecnica. Inoltre oggi con la globalizzazione, i nostri giovani che sostanzialmente vivono un benessere generale, devono confrontarsi con giovani di paesi esteri che hanno realtà sociali ben più complesse. Tutto questo crogiolo di situazioni, di fatto produce quello che poi stiamo vedendo: un’assenza di giovani di talento.
Se vogliamo riflettere, nel 2010, durante il mondiale in Sudafrica, uscì il problema dei giovani e la politica sportiva iniziò a fare delle riforme per risolvere il problema. Diciamo che nel 2026, 16 anni dopo, le misure forse non sono state corrette visto il risultato. Bisogna partire proprio da lì, da una ristrutturazione del sistema e da una riorganizzazione dei settori giovanili, delle priorità generali, senza derogare dalle competenze. Ma questo deve coinvolgere anche i dilettanti, non possiamo solo pensare ai settori giovanili professionistici, perché se i settori giovanili professionistici pescano dai dilettanti fino al quattordicesimo anno di età, anche le società dilettantistiche devono essere messe nelle condizioni di poter formare i giocatori».
IN TANTI HANNO POSTO L’ACCENTO SUL FATTO CHE NON NASCONO PIÙ I DEL PIERO, TOTTI, CASSANO E DI NATALE. COME MI SPIEGO QUESTA COSA? – «Questo è un altro tema. Cosa succedeva mille anni fa? I ragazzi erano liberi di andare al campetto e in piazzetta. Ma qual era la specificità del campetto e della piazzetta? Che trovavi un bambino che aveva 6 anni più di te e vedevi le skill che faceva. Vedevi che usava il muretto per fare l’uno-due, faceva un trick, e il bambino a 6-7 anni era ricettivo e copiava. Lo faceva, si confrontava con quelli molto più grandi perché al campetto c’era eterogeneità, non c’era omogeneità. Oggi invece inserendoli nei contesti delle scuole calcio, i bambini sono tutti, non dico standardizzati, ma sono inseriti in un contesto che è abbastanza uniforme. Dovremo essere bravi noi adulti a diventare meno protagonisti, lasciando i ragazzi liberi di esprimersi».
SE CONDIVIDO LA SCELTA DEL PASSAGGIO DEL CAMPIONATO PRIMAVERA DA U19 A U20? – «Per me i ragazzi si devono cimentare in un campionato formativo, e torniamo al capitolo uno della storia precedente. Per campionato formativo intendo campionato con i grandi con una qualità alta, che sia eccellenza, promozione, Serie D, Primavera o Serie C. Un ragazzo che a 20 anni è ancora nella Primavera, che esperienza ha vissuto? Poca. Sarà meglio che a 18 a 17 vada a calcare i campi di eccellenza con qualcuno che gli dà degli insegnamenti veri. In questo modo può imparare che ci sono certe partite che son più pesanti e altre meno, che fare una cosa all’85° è diverso da farla al 23°. Per me l’innalzamento dell’età della Primavera è controproducente nella formazione del calciatore».