2013
Botafogo, Seedorf: «Ecco come battere il razzismo»
RAZZISMO BOTAFOGO SEEDORF – Non convive più con il problema del razzismo Clarence Seedorf, che ha lasciato l’Italia per trasferirsi in Brasile, dove gioca per il Botafogo, ma il centrocampista resta sensibile al problema, del quale ha parlato nell’intervista rilasciata alla rubrica ExtraTime de La Gazzetta dello Sport: «Questo è uno dei Paesi con la maggiore eterogeneità etnica. Però c’è in altre forme, basta conoscerne la storia. Cosa ho provato quando ne sono stato vittima? Rabbia, ma anche pena per chi mi trattava così. Quasi sempre fuori dal calcio, però, a parte qualche “buu” cui non ho dato peso. Sono stati sottili, non dichiarati, ma chiarissimi momenti di razzismo. Come quella volta a 20 anni che la stradale mi fermò e perquisì la mia macchina per ore, facendo commenti offensivi in una lingua che io conoscevo ma fingevo di non capire. Ero arrabbiato, ma ho avuto la forza di capire che quelle piccole persone avevano paura della diversità. È cresciuta la visibilità del calcio e di conseguenza anche quella di certi fenomeni. Certe persone oggi sanno che con determinati comportamenti allo stadio finiscono in prima pagina o in televisione e ne approfittano. Perciò sostengo che l’attenzione dei media per questi episodi, spesso banali, è negativa. Se prendi due ragazzi, uno buono e uno cattivo, e dedichi tutte le attenzioni a quello cattivo, anche quello buono finirà per comportarsi male per ottenere le stesse attenzioni. Bisogna distinguere fra razzismo e comportamenti discriminatori. Nel calcio spesso non si può parlare di razzismo vero e proprio, per superare il quale ci vorranno generazioni, ma di ignoranza, mancanza di educazione e cultura che induce ad atteggiamenti discriminatori. Spesso i giocatori vengono attaccati offendendo ciò che hanno di più caro come i familiari o la loro identità attraverso il colore della pelle. Ma questa è ignoranza, non razzismo».
Il calciatore olandese ha analizzato il razzismo anche in termini sociali: «Secondo me dipende anche dalla qualità dei servizi e dalle strutture. Dove la qualità è alta, gli spettatori vengono trattati da persone civili e come tali si comportano. Viceversa, dove si mettono i tifosi in gabbia, come in certi posti accade in Italia, trattandoli da animali, questi si comportano da animali. Perché nel calcio tale fenomeno è più grave? Per via della sua risonanza, essendo l’industria di intrattenimento più grande del mondo, ma anche perché è più conservatore di altri sport e dunque fa più fatica a liberarsi di certe cose. Perciò è importante aprirsi, anche alle tecnologie, per avere un clima in campo che provochi meno rabbia fuori. Oggi i sistemi di sicurezza dentro agli stadi permettono di controllare, identificare e dunque di prevenire: se uno sa che può essere beccato, ci pensa tre volte prima di comportarsi male. Però è anche importante applicare la legge: se li prendi e dopo due ore li liberi, è tutto inutile. Sospendere le partite in casi di cori razzisti? No, io non sono d’accordo. Si può interrompere per 5-10 minuti, ma lo spettacolo deve andare avanti, anche perché la maggioranza che ha pagato il biglietto non deve essere punita per il comportamento di un piccolo gruppo. Bisogna individuare queste persone e sbatterle fuori per sempre, perché non è gente che va allo stadio per lo spettacolo. Perciò ha fatto bene Altidore in Den Bosch-Az a voler continuare a giocare. Poi spetta alle istituzioni e ai club prendere provvedimenti molto duri».
In merito agli interventi da adottare, Seedorf ha spiegato la sua lotta, che parte dalle scuole: «Parlo apertamente degli episodi che sono successi a me o a altri, ma poi preferisco parlare dei valori come il rispetto, lo spirito di squadra, la crescita personale. Parlo di educazione e spiritualità, che insegnano a voler bene anche a chi non si conosce. Perché attraverso l’educazione, lo scambio di idee e la conoscenza reciproca la discriminazione diminuisce mentre aumentano rispetto e comprensione. Ho giocato in squadre in cui convivevano tranquillamente una quantità di etnie, culture e religioni diverse. Ecco perché il calcio può essere un ottimo strumento per migliorare la situazione del razzismo in generale. Ma la cosa più importante è l’educazione, lo scambio di culture, e questo deve iniziare a scuola. I programmi scolastici dovrebbero prevedere molte più ore dedicate alla conoscenza di chi è esternamente diverso, perché dentro siamo tutti uguali. Se si comincia a scuola, insegnando magari delle parole di un’altra lingua o anche servendo il piatto di un altro Paese, questo porta il bambino a essere curioso invece che timoroso. Non ho mai visto un bambino razzista in vita mia, anzi spesso ne ho visti di più etnie diverse giocare allegramente insieme. Nessuno nasce razzista. Perciò dico che ce la possiamo fare: basta avere fiducia, guardare i bambini e fare come loro».