2013
Alibi finiti: Inter, come tirarti fuori dalle sabbie mobili?
Tra dichiarazioni di guerra, instabilità di governo e crescita del numero di licenziati, alcuni dei temi che stanno catalizzando l’attenzione del nostro Paese, il calcio è la naturale e provvidenziale valvola di sfogo degli italiani. Avrei potuto aggiungere l’aggettivo “salutare”, ma poi avrei dovuto fare delle distinzioni e, ad esempio, escludere i tifosi dell’Inter. «Pazza Inter», recita il famoso inno nerazzurro, ma il club di Massimo Moratti non è “pazzo”, è allo sbando. Non mi riferisco alla rissa scoppiata alla fine della partita contro l’Atalanta, che è semplicemente uno dei sintomi dei problemi, ma alla confusione che regna nella truppa meneghina.
Giustificare la sconfitta casalinga, la terza consecutiva tra l’altro, della squadra di Andrea Stramaccioni con gli errori commessi dall’arbitro Gervasoni non sarebbe solo riduttivo e sbagliato, ma anche profondamente pericoloso. Il fantasioso rigore fischiato dal direttore di gara ha certamente permesso a Denis di accorciare le distanze e di riaprire la partita, ma non ha certo ridato linfa vitale alla squadra di Stefano Colantuono, a cui va dato atto e reso merito per il coraggio e la caparbietà dimostrata nonostante lo svantaggio e l’inferiorità numerica. Il fumo della rabbia ha annebbiato la ragione del tecnico romano, che nel post-partita ha commentato con dovizia di particolari gli errori arbitrali, senza assumersi le colpe per i suoi.
Sarebbe stato utile, ad esempio, capire perché non ha pensato ad alcuna contromisura dopo la doppietta di Ricky Alvarez, visto che l’Atalanta aveva mandato in campo Livaja e modificato il proprio assetto, impostando la squadra a trazione anteriore. Un immobilismo che si è trasformato in un misto di improvvisazione e disperazione, quando ha trasformato Ranocchia in centravanti. Certo puoi prendertela con la fortuna che ti abbandona, portandosi via con sé i pochi giocatori di qualità della rosa come Milito, Palacio e Cassano, lasciandoti con sostituti che avresti difficoltà a piazzare anche in Serie B, ma puoi fare meglio e cominciare a tracciare un bilancio stagionale.
Questa Inter non è poi molto diversa da quella Juventus, che dal 2009 al 2011 ha inseguito la Champions League e poi si è ritrovata a giocare in Europa League. Sono tanti gli ingredienti che hanno portato i bianconeri a conquistare nel 2011/12 lo scudetto, certo non è detto che possano essere utilizzati dal mixer nerazzurro per generare la stessa ricetta vincente, ma per essere almeno competitivi sì: la Juventus è ripartita riorganizzando innanzitutto l’organigramma societario, fissando e stabilendo specifici ruoli, mentre in casa Inter regna un caos che non risparmia nemmeno lo staff medico; la Juventus ha affidato la squadra ad un allenatore con una filosofia ben definita, che inevitabilmente ha indirizzato le scelte operate in sede di mercato, mentre a Milano, sponda nerazzurra, l’allenatore non ha espresso alcuna ideologia di gioco, passando come un saltimbanco da un’esibizione all’altra di inspiegabile impreparazione, come quella della dirigenza con la campagna acquisti e cessioni.
Essere spettatrice di una tribuna politica per me non è poi tanto diverso dall’assistere ad una partita dell’Inter, perché i nerazzurri sono lo specchio del nostro Paese: una società presieduta da uno staff dirigenziale e tecnico dalle dubbie competenze, un gruppo privo di idee, che si aggrappa agli errori altrui, pronto a puntare il dito, anziché ragionare e capire che un progetto non cade dal cielo, ma va disegnato e alimentato. Si è spesso detto quest’anno che il futuro dell’Inter passa dalla qualificazione in Champions League, che genera una serie di introiti fondamentali per la costruzione di una squadra competitiva, ma se la squadra non lo è già come puoi aspirare al terzo posto? Un progetto è una scommessa innanzitutto, non un cane che si morde la coda.