2012
Quel maledetto 29 ottobre
Sarò ripetitivo, perché l’avevo già detto a suo tempo, circa tre mesi fa, ma fa bene ribadire le cose. Avete mai ascoltato Marmellata #25 di Cesare Cremonini? Quella scanzonata poesiola d’amore di un cantante che la sua città ha sempre rinnegato nel periodo in cui lanciò un taglio fuori dai canoni bolognesi aveva un ritornello abbastanza significativo.
“Ah, da quando Senna non corre più…
Ah, da quando Baggio non gioca più…
Oh no, da quando mi hai lasciato pure tu…
Non è più domenica”.
Il dramma di Ayrton Senna lo abbiamo vissuto un po’ tutti: il più grande pilota, almeno secondo i più, della storia della Formula 1 scomparso in un tragico incidente a San Marino non passa così inosservato. Da quel momento la Formula 1 non è mai stata la stessa. Il dramma di Roberto Baggio, invece, che già di per sé non può essere definito così, non lo vivono tutti. Affezionarsi a un giocatore e non a un altro è abbastanza normale: c’è chi sceglie Cristiano Ronaldo, chi Lionel Messi; chi Pelé, chi Diego Armando Maradona; chi Federico Piovaccari, chi Bruno Fornaroli, paragone giustissimo. Io scelsi Antonio Cassano. Io ho vissuto il dramma di Antonio Cassano.
Quel 29 ottobre del 2010 ero a Montecatini: sotto la pioggia, con un ombrello e un telefono in mano al quale urlavo e ordinavo di essere aggiornato sulla situazione di Cassano. Scenderà in campo col Cesena, a Cesena? Giocherà? Non giocò. Segnò Giampaolo Pazzini al 92′. Ho digerito il tutto solo quando capii che quella maglia rossonera non era un incubo, ma una realtà.
Quel 29 ottobre del 2011 ero nuovamente a Montecatini: niente pioggia, niente ombrello, stavolta, ma l’atmosfera tragica era la stessa. Una sofferenza cerebrale su base ischemica causata dalla presenza di un forame ovale pervio cardiaco interatriale. Un ictus. Quel 4 novembre del 2011 ero a Milano, nei pressi del Policlinico, non perché fossi uno stalker o un invasato, ma perché per lavoro dovevo essere lì: Cassano veniva operato al cuore. Qualcuno non credeva a un suo ritorno, qualcun altro l’aveva dato per spacciato. Quel 7 aprile del 2012 io ero davanti la mia televisione e a quel 39′ del secondo tempo di Milan – Fiorentina non solo a San Siro si sono alzati.
Oggi il Pibe de Bari, il talento di Bari Vecchia, l’uomo delle cassanate, compie 30 anni. Gli mancano 4 anni prima di ritirarsi, se realmente vorrà tener fede alla sua parola – “A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario. Me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare” disse qualche anno fa – e in quattro anni può prendersi le rivincite che merita, o anche continuare di più. La prima avrebbe potuto prendersela all’Europeo, dove, checché ne vogliano dire i baristi e i pensionati mezzo allevenati al tavolino, è stato per 50 minuti, in ogni gara, fondamentale. Non la sblocchi la gara con la Germania senza Cassano, non la spaventi l’Inghilterra senza Cassano. Però il Pallone d’Oro noi vogliamo darlo a Mario Balotelli per una doppietta alla Germania. Con ciò non voglio dire che Cassano lo meriti, perché lui è come Fabrizio De André o Francesco Bianconi con Sanremo: non ha bisogno di stucchevoli premiuncoli da fissare sul muro della sua casa di Genova.
Un goal in 5 derby – quello di Puglia, di Madrid, di Roma, di Genova e di Milano – uno alla Sampdoria due giorni dopo la nascita del figlio, prontamente dedicatogli, con la maglia del Milan. Uno scudetto, con il Milan, due Supercoppa, con Roma e Milan, una Liga, con il Real Madrid. Tanti allenatori, tante cassanate, tanti pianti, tante minacce, tanti colpi di testa, anche ai presidenti, come Garrone ad esempio. Ma lo perdonano tutti, anche Garrone, perché è genuino. 30 anni oggi. Pensando al Mondiale in Brasile, mentre porta Christopher in Puglia, pensando al possibile ritorno alla Sampdoria, pensando a una nuova stagione al Milan, per tornare a vincere.
Cassano è genio, è fantasia, è genuinità, è umiltà nell’accettare di non essere umile, è amore, è purezza, è uno come noi. Quest’anno il 29 ottobre stiamocene tutti a casa: un terzo dramma non lo vogliamo più vivere. Voglio che sia domenica per 34 volte.
Auguri, Antonio.