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Astutillo Malgioglio: «Onorificenza? Grazie Mattarella, ma devo tutto ai bambini disabili»

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Astutillo Malgioglio

L’ex portiere Astutillo Malgioglio ha parlato dell’onorificenza ricevuta da Mattarella e del suo impegno civile

Astutillo Malgioglio, ex portiere italiano, in una intervista a La Gazzetta dello Sport ha parlato dell’onorificenza ricevuta da Mattarella e del suo impegno civile.

ONORIFICENZA – «L’ho saputo due giorni fa. Ho già ricevuto talmente tanto dalla mia vita, che non penso di meritare anche questo. Non so se sono degno di ricevere questa onorificenza, voglio condividerla con le famiglie di quegli angeli che mi hanno dato la possibilità di fare la cosa più bella del mondo: aiutare il prossimo. E ogni volta che ci riesco, mi sento l’uomo più fortunato della terra. Quando ho ricevuto la notizia ero con i genitori di un bambino disabile, si sono commossi e questo per me è il senso di tutto».

ROMA – «Furono due stagioni splendide. La società mi è sempre venuta incontro: portavo i bambini disabili a Trigoria per la rieducazione, usavo la palestra della squadra dopo l’allenamento. Il calciatore Malgioglio aveva il piacere di giocare con Falcao e Cerezo, l’uomo Astutillo aveva l’onore di aiutare i bambini».

LAZIO – «Mi sono sempre chiesto il perché di tanta ostilità; non ho mai preteso applausi, solo un po’ di rispetto. Il gesto della maglia lanciata, calpestate e sputata? Mi fa male tornare su questo episodio. Non rifarei quel gesto. Solo io e la mia famiglia sappiamo la sofferenza provata. Quello che mi ferì di più, non furono le cattiverie nei miei confronti ma la mancanza di rispetto, di solidarietà, di umanità per quei bambini sfortunati che non c’entravano niente. Il giorno dopo a Piacenza rividi i genitori di quei bimbi. Incrociando i loro occhi, non sapevo cosa dire. Molti di quei bambini non sono riusciti a diventare adulti».

INTER – «Firmai in bianco e restai all’Inter cinque anni, vincendo uno scudetto in nerazzurro. Con gli ingaggi rinnovai la palestra con attrezzature all’avanguardia. Venivano da tutta Italia per fare rieducazione nel mio centro. Quando andò via il Trap dall’Inter, si chiuse anche il mio percorso».

FINE CENTRO – «La struttura costava molto e io non me la sentivo di far pagare i pazienti. Non ho mai chiesto nulla a nessuno, né compagni, né società. Avevo tanti macchinari, li ho donati tutti. Purtroppo la palestra ho dovuto chiuderla nel 2000».

LEGGI L’INTERVISTA INTEGRALE SU INTER NEWS 24