Distanze siderali dalla Spagna: Italia, la Russia è lontana

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Italia – Spagna, l’analisi di una gara che non lascia ben sperare per il futuro della nazionale azzurra

La premessa, ribadita più volte ma che vale la pena ricordare ulteriormente: al portone principale di Russia 2018 accederanno soltanto le prime forze di ogni raggruppamento, per le seconde resta la via degli spareggi. Insidiosi come non mai, considerato l’accresciuto livello delle nazionali europee, ora più strutturate di un tempo e soprattutto più coraggiose nell’affrontare questo genere di percorsi eliminatori.

SFORTUNA – Chi vi scrive non è amante di certi discorsi ma è bene sottolineare come l’urna non abbia certamente favorito le quotazioni degli uomini di Ventura: Italia nel girone G con la Spagna, fatta eccezione probabilmente per il gruppo A che annovera Francia ed Olanda non esiste un raggruppamento con due realtà cosi rilevanti sul palcoscenico europeo. Anzi, in altri gironi, quantomeno per tradizione e valori consolidati, non compare neanche una forza al livello delle nazionali guidate da Ventura e Lopetegui. Al netto dunque dell’analisi che ci apprestiamo ad approntare, va detto come il fato non abbia certamente stretto la mano alla nuove era del post-Conte.

DIVARIO IMBARAZZANTE – Ce la possiamo raccontare un po’ come vogliamo, girandola a nostro piacimento e ponendo l’accento sulla reazione che l’Italia ha avuto in seguito alla rete incassata da Vitolo, ma la lotta è apparsa oggettivamente impari ed il pareggio del tutto casuale: la Spagna ha dominato l’incontro in largo e lungo, schiacciando le linee italiane a ridosso della porta difesa da Buffon, senza concedere neanche il beneficio di una ripartenza da lancio lungo. Il vecchio lancione dalle retrovie: non ha funzionato neanche quello, con Eder e Pellè di fatto inglobati nella linea difensiva spagnola. E’ andata meglio con l’ingresso in campo dei più mobili Belotti ed Immobile, avrebbero dovuto giocare dall’inizio, ma resta un’inconsistenza di base al cospetto della produzione calcistica palesata dalla Spagna. Impensabile non accorgersene e non ammettere, da furbetti appellarsi alla reazione finale. Più di nervi ed orgoglio che di altro.

PASSATO E SCENARIO – Viene da domandarsi come sia possibile che neanche quattro mesi fa, in terra francese, l’Italia fu in grado di avere la meglio sulla Spagna ed addirittura dominarla per alcuni frangenti di gara: la risposta va circoscritta ad un nome ed un cognome, Antonio il primo e Conte il secondo. Che fu evidentemente in grado di toccare alcune corde emotive – oltre ovviamente alle consuete referenze tattiche che lo rendono uno dei più strutturati allenatori del pianeta – tanto da ribaltare un esito che sotto il profilo tecnico avrebbe raccontato qualcosa di esattamente opposto. Ma non va commesso l’errore di perdersi nella spettrale ricerca di fantasmi: Conte ora è altrove, sulla panchina italiana siede l’esperto Ventura. Balle quelle che lo accusano di aver copiato l’impianto tattico del suo predecessore: nelle ultime due stagioni al timone del Torino il tecnico ligure si è servito proprio del 3-5-2 – interpretato in chiave prettamente offensiva – per far funzionare la sua creatura. Dovrà invece attingere dal suo bagaglio di personalità per dare una nuova identità alla squadra: quella sì, non può essere cercata dove era prima e non è più. Ma va nuovamente plasmata, con elementi innovativi ed altre idee. Bene ad esempio il benservito a Pellè: dovrebbe baciare per terra al passaggio dei due tecnici – Conte e Ventura appunto – che gli hanno concesso di far parte di questo gruppo, eppure continua ad assumere comportamenti da fenomeno. Che non si addicono allo spirito di chi dovrà lottare allo stremo delle proprie forze per guadagnarsi la partecipazione ad un Mondiale tutt’altro che scontata.