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Calcio italiano

Empoli, Andreazzoli: «Volevo smettere poi è arrivata la chiamata dell’Empoli»

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Aurelio Andreazzoli si è raccontato ai microfoni di Sport Week, le parole del tecnico dell’Empoli

Aurelio Andreazzoli si è raccontato ai microfoni di SportWeek. Le parole dell’allenatore dell’Empoli:

ARBITRI«Il rapport migliore io ce l’ho con gli arbitri. Rappresentano la parte più screditata del calcio e noi, allenatori e calciatori, dobbiamo stargli vicino e abbiamo l’obbligo di farli lavorare più sereni. Ad Empoli insistiamo molto su questo e per ben due volte abbiamo vinto la Coppa disciplina. Voglio vincerla anche quest’anno. Dopo l’espulsione di Di Francesco contro il Verona, per atteggiamento irriguardoso, ho chiesto al segretario di chiamare in Lega per rettificare. Potrà pur succedere, ma non credo che un mio giocatore possa venir mai espulso per proteste».

RISPETTO PER L’ETA’«No, conosco tanti rompicoglioni che sono vecchissimi. Credo sia per come mi metto a disposizione. Se non lo fai in maniera sincera la gente se ne accorge».

ALLENARE I GIOVANI«Aiuta a restare giovani anche se uno della mia età può permettersi di non fare caso alle cazzate che dicono nello spogliatoio. Un ambiente come il nostro ti rinnova. Quando i ragazzi fanno il torello, dico ai mi collaboratori di appuntarsi quello che dicono così li intendiamo. Come fai a non rimanere giovane con ragazzi così?».

SOCIAL«Mi ero creato un profilo Facebook, ogni tanto mi arriva ancora qualche notifica… Dove sei? E dove vuoi che sia? Al campo».

RAPPORTO FUORI DAL CALCIO«I ragazzi si aspettano che tu muova un passo verso di loro. Ogni tanto chiedo loro delle famiglie e dei figili, loro gradiscono. Non lo faccio spesso perché dovrei moltiplicare per venticinque e finirei per fare il prete e non l’allenatore. Bisogna stare vicini soprattutto nei momenti difficili e l’anno scorso ne abbiamo avuti tanti».

MENTALITA’ OFFENSIVA «Vogliamo giocarcela con tutti. Nella pancia dello stadio abbiamo appeso un cartello: ‘Si può fare’. E’ il nostro mantra. Dobbiamo essere bravi a sfruttare i punti deboli degli altri. Per battere le grandi devi superarle nella corsa e nella tattica, e con è successo. Quando non è successo, contro il Milan, ho detto ai ragazzi che la partita per me era vinta».

GIOVANI EMPOLI«Oltre a Ricci, Bajrami, Zurkovski, Parisi e Stojanovic abbiamo Asllani e Baldanzi. Un 2002 e un 2003. Viti è 2002 ed è campione nella testa. Può giocare sempre, ma va accompagnato perché abbia il tempo di metabolizzare quel che gli accade intorno, come ad esempio la doppia ammonizione contro il Sassuolo».

CARATTERE«Per fare l’allenatore devi conoscere le persone e tirare fuori il meglio da loro, Devi condividere e non imporre. Nel momento in cui entri nello spogliatoio hai due minuti per fare colpo oppure per deludere. Io ho usato sempre lo stesso sistema dai dilettanti ai professionisti. Non mi atteggio a fenomeno ma resto me stesso. Mi dedico ai giocatori e non al culto della mia persona».

CARRIERA«Nessuno in Italia ha fatto la gavetta che ho fatto io, mi manca allenare in terza categoria e poi le ho fatte tutte. Credo che per fare la carriera di Sarri a ad un certo periodo mi è mancata l’ambizione. Ho conosciuto Spalletti che mi ha aperto un mondo e non so se ci sarei arrivato da solo. Luciano è di una curiosità esagerata. Mi chiamò perché io ero più curioso di lui e mi portò a Roma. Sono rimasto li per dodici anni come collaboratore dei vari allenatori che si sono susseguiti».

OCCASIONE ROMA«Tutto mi sarei aspettato tranne che la società mi chiamasse ad allenare la prima squadra, ma è il mio lavoro e quello che voglio fare, ho detto subito di sì. E ho le idee chiarissime sul gruppo e sul lavoro da fare. In quattro mesi di campionato facciamo quasi due punti di media a partita, arriviamo davanti alla Lazio. Riconfema? Sarebbe arrivata in automatico se non avessi perso la Finale di Coppa Italia contro la Lazio all’Olimpico. Poi arrivò Garcia e io tornai a fare il secondo. Ad un certo punto mi stancai di non allenare e volevo smettere». 

EMPOLI «Mi chiamarno mentre ero in bici verso le Alpi Apuane. Ho esposto le mie idee, studiato la squadra e plasmato il 4-3-1-2 che ora è il marchio tattico della squadra. Modulo ideale per i giocatori che avevo a disposizione».

CHIAMATA DI UN GRANDE CLUB«Non succederebbe. In un’azienda per dirigerla si guarda l’età o il curriculum? Nel calcio si guarda l’anagrafe, i presidenti dicono che bisogna programmare. La mia programmazione è durata una volta fino al 21 ottobre e l’altra il 15 novembre. La prima data è nato mio nipote, la seconda è il mio compleanno. Il calcio vive di pressioni, qualche pregiudizio e poca voglia nell’approfondire le cose. Un allenatore ha bisogno di tempo per modellare la materia».