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Massimo Bonini: «L’Heysel è stato un incubo, c’erano stati già dei segnali. Provo una profonda disperazione»

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Massimo Bonini ex Juventus

L’ex centrocampista della Juve Bonini: «Come a Basilea, quello stadio non era all’altezza di una finale. Solo in albergo capimmo tutto»

Domani, il 29 maggio, saranno 41 anni dalla tragedia dell’Heysel, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool trasformata in un’immane strage che ha spezzato 39 vite. Su Tuttosport ne parla il mediano bianconero di allora, Massimo Bonini.

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UN INCUBO «Sì, c’ero, ma mai avrei immaginato di vivere un incubo del genere. Non si può perdere la vita per guardare una finale di Coppa Campioni, non si può. L’errore più grande è stato fatto a monte: quello stadio non era adeguato ad ospitare una finale del genere. C’erano già stati dei tafferugli al mattino a Bruxelles, c’erano troppi segnali che ci fecero pensare. Ma come potevamo immaginare che degenerasse tutto così?».

LA PAURA E IL PRECEDENTE DI BASILEA «Sì, onestamente, perché anche a Basilea in finale di Coppa delle Coppe contro il Porto non abbiamo giocato in un impianto idoneo: ricordo persone che guardavano la partita arrampicate sopra gli alberi. Tutto il contrario rispetto ad Atene contro l’Amburgo due anni prima: era tutto perfetto lì, tranne noi, che perdemmo una finale inspiegabilmente. Eravamo i più forti del mondo, eppure perdemmo. Ecco perché nel 1985 avevamo un fortissimo desiderio di riscatto».

COSA PROVA «No, un senso di colpa no, ma una profonda disperazione sì. Quando coi miei ex compagni siamo andati a Reggio Emilia al monumento dedicato all’Heysel ci abbiamo più volte ripensato. È andato tutto male, non conta più nulla quella coppa. Ci siamo sentiti impotenti quel giorno, non si capiva niente. Solo quando siamo andati in albergo abbiamo capito».

IL RITORNO IN ITALIA «Triste. Noi dovevamo portare gioia alla gente, ma siamo tornati distrutti. Ci hanno scosso le immagini di tutti quei morti».

HA TROVATO LE PAROLE PER LE FAMIGLIE DELLE VITTIME «Non ci sono mai riuscito perché non ci sono parole. Ho abbracciato tante persone, questo sì. Sono morti tanti giovani, persone piene di sogni e ambizioni. La vita non può avere più senso quando perdi un figlio. In quel modo, dentro quel mare di sofferenza, fa ancora più male: ora vorrei solo ricordare, cercare di tenere viva la memoria di tutte le vittime. Il 29 maggio è diventato parte di me».

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