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Padovano ricorda: «La condanna, il carcere e il mondo del calcio che mi ha voltato le spalle. È stato un inferno! Vialli era un fratello per me»

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Padovano

L’ex attaccante della Juventus, Michele Padovano, ricorda il dramma giudiziario vissuto che lo ha visto in carcere da innocente

La storia di Michele Padovano è quella di un uomo che si è fatto amico lo schiaffo del vento, imparando a soffrire, cadere e poi risorgere. Viene arrestato, accusato di essere il finanziatore di un traffico internazionale di sostanze stupefacenti, finisce addirittura in isolamento. Fino all’assoluzione, avvenuta nel gennaio del 2023. Il suo racconto a La Gazzetta dello Sport.

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L’INFERNO – «Lo è stato. Assolutamente. Soprattutto perché ho sempre saputo di essere innocente e completamente estraneo ai fatti. Ho lottato diciassette anni contro un’ingiustizia. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa. L’assoluzione per me vale la vittoria della Champions».

IL MOMENTO PIÙ DURO – «Ce ne sono stati tanti. Probabilmente l’isolamento. Stare per molti giorni senza vedere nessuno ti fa sentire perso. È una sensazione difficile da descrivere a parole. Ti sembra che il tempo non passi mai. In più, in quel periodo era sotto indagine anche mia moglie — poi archiviata dopo 7 mesi — e non potevamo nemmeno chiamarci. Infine, il trattamento delle guardie nei miei confronti: è stato davvero pesante».

IL TRATTAMENTO IN CARCERE – «Eh, credo che fosse dovuto anche al fatto che fossi un calciatore. Una guardia carceraria mi disse “i tuoi soldi adesso te li ficchi nel culo”. Cose di un altro mondo. I carabinieri che mi davano del “tu”, trattandomi come una pezza da piedi. Hanno cercato di calpestare la mia dignità sin dal primo momento».

L’ACCUSA – «Tutto nasce dal fatto che ho prestato dei soldi a un amico. Lo conoscevo da una vita. Economicamente stavo bene e non era un problema per me aiutare qualcuno in difficoltà, anzi. Ma non sapevo cosa avrebbe fatto con quei 35mila euro. Non ero al corrente di nulla. Gli dissi solamente “so che sei un combina guai, do i soldi a tua moglie”. Ma in modo bonario. Invece le nostre telefonate, innocenti, sono state scambiate per messaggi in codice con parole criptate. Parlavamo di “cavallo”, “gru” e “terreno” e per gli investigatori sarebbero stati nomi in codice relativi a partite di cocaina. Per fortuna ha vinto la verità. Certo, tutto quello che ho perso nessuno me lo ridarà indietro».

LA PAURA DI NON FARCELA – «Dopo le due batoste nei primi gradi di giudizio… un po’ sì. Più che altro ho avuto paura di non riuscire a dimostrare la mia innocenza. Ma ho lottato come un leone e non ho mai mollato. La tenacia è la qualità che più di tutte mi riconosco. Anche in campo ero così».

IL MONDO DEL CALCIO – «Tanti mi hanno voltato le spalle e deluso, questo sì. Tutto quello che ho vissuto mi ha aiutato a fare un repulisti. Ho capito chi sono gli amici veri e chi c’era invece solo per opportunità. Quando sono stato arrestato avevo smesso di giocare e facevo il direttore generale ad Alessandria. Il carcere mi ha chiuso le porte del mondo e anche del calcio. In un attimo sembra che nessuno si ricordi più di te».

VIALLI – «Luca era mio fratello. So che chiamava mia moglie Adriana tutte le settimane per sapere come stessi. Siamo sempre stati molto uniti. Quando giocavamo nella Juventus eravamo sempre insieme, così come a Londra. Abitavamo a 300 metri di distanza. Un’estate abbiamo affittato una barca e siamo partiti, solo io e lui. Ricordo che faceva l’allenatore/giocatore al Chelsea ed era sempre al telefono e… quanto glielo facevo pesare. Mi fa male pensare che non abbia fatto in tempo a godersi la mia assoluzione, proprio lui che me l’ha sempre detto e mi ha sempre sostenuto. Ma sono sicuro che ha esultato in cielo».

L’ANGELO CUSTODE DENIS BERGAMINI – «Assolutamente. Denis è nel mio cuore, pensi che ho chiamato mio figlio così in suo onore. Chi lo conosceva sa che Bergamini era un ragazzo speciale, per me a Cosenza è stato un secondo padre. Non ho mai creduto nemmeno per un attimo all’ipotesi del suicidio. È il mio angelo custode. In carriera gli ho dedicato tutti i miei gol».

I GOL PIÙ IMPORTANTI – «Quello segnato al Real nella Champions del ‘96. Faccio gol io, vinciamo e passiamo il turno. Così come il rigore tirato in finale con l’Ajax. Poi la Coppa, la festa, quanti ricordi. Eravamo un gruppo fantastico, fatto di uomini veri. E a guidarci avevamo Marcello Lippi e Gianni Agnelli. L’Avvocato mi stimava molto: dopo un gol in Champions al Dortmund scese in spogliatoio e mi disse “Con me in porta mica lo facevi”. Ancora oggi abbiamo una chat tra ex compagni in cui parliamo e quando ci rivediamo è come se non fosse passato un giorno».

I PIU’ ATTIVI DELLA CHAT DEGLI EX JUVE – «Scrivono in tanti! Forse Ciro Ferrara, l’anima dello spogliatoio. Poi Di Livio, Torricelli, Peruzzi e molti altri. C’è anche Conte, che però è ovviamente quello più impegnato di tutti. Il segreto delle nostre vittorie è sempre stato l’essere una cosa sola, unito al duro lavoro. Quello che deve ritrovare la Juventus di oggi».

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