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Pato Aguilera emoziona: «Il Genoa è tuttora l’amore della vita, certe immagini non sbiadiranno mai. Ecco quali sono i miei ricordi più belli in rossoblù»

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Pato Aguilera, ex attaccante del Genoa, ha riavvolto così il nastro dei suoi ricordi al Grifone. Queste le dichiarazioni

L’ex attaccante uruguaiano Pato Aguilera è un idolo della Genova rossoblu. Su La Gazzetta dello Sport di oggi racconta i suoi anni col Genoa e di un legame con la città che non si è mai spezzato.

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LE ORIGINI NEL RIVER PLATE «Sono cresciuto nel River Plate, abitavo con la mia famiglia nel Nuevo Paris, un barrio umilissimo di Montevideo. Lì mi hanno insegnato i valori dello sport, quello vero. Arrivai a cinque anni. Si chiamava baby calcio, ma sono cresciuto in fretta. Ho esordito fra i professionisti a quindici, giocavo sulla fascia destra in un 4-3-3. Devo tutto al mio allenatore dell’epoca, Sergio Markarian».

L’ESORDIO IN NAZIONALE «Pazzesco. Sostituii Fernando Morena, lo storico capocannoniere del Penarol, che si era fratturato tibia e perone. Fu l’inizio di una nuova fase della mia vita calcistica. Avevo diciotto anni. L’anno dopo ho vinto la Coppa America, e lì ho segnato il mio primo gol in nazionale».

IL MONDIALE DI ITALIA ’90 «Abbiamo pareggiato con la Spagna e poi con la vittoria sulla Corea del Sud siamo passati come terzi. Agli ottavi ci ha eliminato proprio l’Italia, gol di Schillaci e Serena. Avevamo Francescoli, il Maradona uruguaiano. Ma non è bastato».

L’INCONTRO CON MARADONA «Speciale ed unico anche come uomo. Quando l’ho incontrato, ai tempi del Genoa, sapeva tante cose della mia carriera. Mi sorprese».

IL GENOA AMORE DELLA VITA «E lo è tuttora, anche se sono tornato a Montevideo, vedo ogni partita del Grifone, a qualunque ora ed ovunque io sia. Certe immagini non sbiadiranno mai: ricordo una nostra partita a Pisa, nel giorno del mio compleanno, un 21 settembre. I tifosi in trasferta mi cantarono happy birthday a fine partita lanciandomi le sciarpe in campo».

I RICORDI PIÙ BELLI IN ROSSOBLÙ «Troppo facile. Il derby vinto con la punizione di Branco sotto la Nord, che diventò una storica cartolina di Natale per i tifosi. So che Claudio è venuto di recente a Genova e ha ricordato quell’episodio. E poi qualcosa di cui oggi si parla troppo poco, la nostra vittoria di Anfield in coppa Uefa, fummo la prima squadra italiana a trionfare in casa del Liverpool».

LA VICENDA GIUDIZIARIA «Nei momenti difficili i compagni, il club, ma soprattutto i tifosi mi sono restati sempre vicini. Ma di Genova, molto simile a Montevideo, e del Genoa ho solo ricordi belli. Mi portò lì Paco Casal, il mio procuratore su indicazione di Scoglio, unico nel pianificare le partite e nel prevedere quello che sarebbe successo sul campo…».

IL MAESTRO BAGNOLI «Straordinario gestore del gruppo, era diretto dentro e fuori dallo spogliatoio. Il suo fu un Genoa forte, bello e spensierato. L’intesa con Skuhravy in campo e fuori fu qualcosa che mai più avrei provato. Un grande campione, Tomas, con uno strapotere fisico spaventoso. Vorrei che di quella squadra venisse tramandato ai giocatori attuali lo spirito, l’importanza del vestire questa maglia così gloriosa».

IL GENOA DI OGGI «Sono ottimista, ho visto tutte le partite, credo che i successi sulla Roma e a Verona abbiano dimostrato le potenzialità del gruppo. La salvezza è alla portata. Mi piace il lavoro che stanno facendo proprietà e dirigenza, ma anche quel che trasmette De Rossi. Il Genoa non è un club come gli altri. Esiste un senso di appartenenza straordinario che va trasmesso ai giocatori. Ed è ciò che, mi pare, stiano facendo. Ci sarà ancora da lottare, ma… serve avere fame».

IL FUTURO IMMAGINATO PER IL GRIFONE «Continuo a sognare che ci sia di nuovo in un giorno un gruppo di uomini come Torrente, Ruotolo, Eranio, Bortolazzi, Collovati. Ragazzi che sappiano trasmettere alle generazioni successive i valori con cui noi siamo diventati forti, dirigenti che volevano bene alla squadra come Spartaco Landini. Ci vorranno uno, due, tre anni, ma questo è il mio sogno».

L’ATTESA DEI VECCHI TIFOSI «Sentido de pertenencia, senso di appartenenza, in Uruguay diciamo così. Solo soffrendo si cresce. Tornerò presto, manco da quattro anni, quella è stata la mia casa. Ma provo grande affetto anche per il Torino. Pure lì sono stato benissimo, ricordo con gioia la coppa Italia che avevamo conquistato nel ’93».

LA NAZIONALE ITALIANA «Vi manca l’ultimo passo. Io tifo Uruguay, ma un Mondiale senza l’Italia non avrebbe senso. È già successo, non dovrà capitare più».

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