2013
Dalla Juve2 alla banda Klopp: segreti e ambizioni del Borussia Dortmund
La stagione 1996-1997 è sicuramente una delle più strane che si ricordi nel mondo del calcio. Fu la prima dopo l’emissione della storica e clamorosa Sentenza Bosman, che abbattè le frontiere del calcio mondiale e favorì il trasferimento in lungo e in largo di diversi giocatori. Fu anche una stagione rivoluzionaria, molto probabilmente a causa delle conseguenze di questa sentenza, anche per le gerarchie e per le vittorie dei trofei continentali, visto che, quattordici anni dopo, la Germania tornò a trionfare nella Coppa dei Campioni, divenuta nel frattempo Champions League e vinta dal Borussia Dortmund, ai danni della Juventus, che a quel punto iniziò a crearsi il complesso nell’affrontare formazioni tedesche, visto che la vittoria del trofeo da parte degli anseatici, nell’ormai lontano 1983, arrivò proprio ai danni della compagine bianconera.
Quella giallonera, allenata dallo stregone Ottmar Hitzfeld, era una formazione costruita in maniera graduale, contando sull’esperienza di diversi giocatori provenienti proprio dal nostro campionato, tanto che dalle parti juventine non ci fu alcun timore nel definire l’avversario di turno come una “Juventus2”: in effetti in campo c’era gente come Andy Moeller, Jurgen Kohler e Paulo Sousa, che per qualche stagione aveva difeso la maglia bianconera prima di trasferirsi in Germania. Figuravano nell’undici titolare di Monaco di Baviera anche Kalle Riedle, che alla Lazio non riuscì a far breccia nel cuore dei tifosi, e Matthias Sammer, la cui vittoria del Pallone d’Oro viene spesso usata come termine di paragone per la mancata assegnazione di questo trofeo a colleghi di reparto ben più celebrati, e molto probabilmente più forti (ogni riferimento a Baresi e Maldini è puramente casuale). Sono passati ormai sedici anni da quella notte all’Olympiastadion, da quel 3-1 firmato da una doppietta-lampo di Riedle e da un’invenzione da distanza siderale del giovane Ricken, reti intervallate dalla magia di un Del Piero entrato in campo forse troppo presto.
Sedici anni in cui, dalle parti della Westfallia, è successo tutto e il contrario di tutto, ma che hanno visto sorgere una squadra completamente nuova, con una società ristrutturata dall’interno e che ora brilla, sia per le prestazioni sul campo che per la salute sul piano societario che sprizza da ogni poro. L’unica traccia rimasta, di quella magica serata in terra bavarese, è rappresentata dalla presenza di Michael Zorc, che di quella finale giocò l’ultimo minuto (era a fine carriera) e che ora è considerato uno dei principali artefici del nuovo miracolo Borussia, vestendo i panni di direttore sportivo. Un vero e proprio mago, essendo stato in grado di andare a pescare, in giro per l’Europa e per il mondo, giovani talenti da far sbocciare con calma e senza pressioni, consentendo alla proprietà del club di non dover fare il passo più lungo della gamba sul fronte dell’esborso di denaro. Così, nel corso di un paio di anni, viene fuori una squadra costata, limitatamente all’acquisto dei cartellini, circa 40 milioni di euro, la stessa cifra sborsata dal Paris Saint Germain per prendere Pastore o dal Barcellona per acquistare Sanchez.
Poi viene fuori l’altro colpo di genio, che riguarda l’assunzione in panchina di un altro giovane rampante come Jurgen Klopp, arcigno difensore per oltre un decennio tra le fila del Mainz, club di cui è diventato anche allenatore nelle otto stagioni successive, prima dell’imprevista chiamata da Dortmund, dove sta assumendo le sembianze di un vero e proprio santone. La presenza di gente talentuosa e fresca consente a Klopp di attuare un gioco arioso, rapido e con tanti chilometri da percorrere durante i 90 minuti, attraverso una regia oculata, che in questi tre anni è passata dai piedi sapienti di Sahin alla velocità di pensiero del connazionale Gundogan. Klopp, dopo aver vinto il suo primo scudetto, si assume una responsabilità che in pochi si sarebbero assunti: chiede alla società di cercare acquirenti per il suo bomber Lucas Barrios, autore di ben 16 reti nella cavalcata trionfale dei gialloneri, per lanciare il polacco Robert Lewandowski, andato a segno per la metà delle volte rispetto al collega paraguaiano. La scelta è clamorosamente vincente, visto che il nuovo centravanti del Borussia gonfierà le reti avversarie per 65 volte nelle due stagioni successive trascinando i suoi al bis in campionato e alla finale di Champions, in programma tra tre settimane a Wembley.
Sarà il canto del cigno per Lewangolski e per il suo compare Mario Gotze, entrambi destinati al Bayern Monaco, ma la rinascita della banda giallonera resterà nella storia, grazie ai giovani rampanti che hanno preso il posto della “Juve2”, ormai finita in soffitta.