Gabbiadini: «Con Sarri non è mai scattata la scintilla»

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Manolo Gabbiadini, eroe dei Saints a Wembley, intervistato da “La Gazzetta dello Sport”: «Napoli? Non rappresenta un fallimento»

Via di corsa da Wembley con la fidanzata Martina, poi la cena in un ristorante giapponese di Knightsbridge, nel cuore di una Londra come sempre pioggia e vento, in compagnia dell’agente Silvio Pagliari e della piccola «curva» che ha seguito in tribuna con calore, in pieno Italian style, la finale di Coppa di Lega. Manolo Gabbiadini si è goduto tra affetti e amici quello che, tra qualche anno, potrebbe essere ricordato come il giorno della consacrazione. Due gol, ma erano tre: solo l’errore di un guardalinee gli ha negato la tripletta a Wembley. Da solo ha tenuto in piedi il Southampton contro il Manchester United, trascinandolo sul 2­2 dopo lo 0­2 maturato nei primi 39’. Manolo ha impressionato persino Mourinho, abituato ad allenare i fuoriclasse del calcio mondiale. «Sei stato fantastico, hai segnato 2 gol da campione vero», i complimenti del manager portoghese. Ieri mattina, voti alti su tutti i quotidiani.

SOUTHAMPTON CALLING – Tre partite, cinque gol e Gabbiadini ha conquistato l’Inghilterra in meno di un mese. «Tutto bello, tutto fantastico, ma sono il primo a tenere i piedi a terra. Il calcio è strano: all’improvviso voli verso il cielo e altrettanto rapidamente vai giù in picchiata. Però sarei bugiardo se dicessi che mi aspettavo un inizio come questo». Potevano essere sei gol e a Wembley poteva scapparci la tripletta, se non fosse stato annullato un gol regolare. Claude Puel ha invocato l’uso anticipato della tecnologia per evitare questi errori madornali. «Lo so e il dispiacere per quello che poteva essere e non è stato è pari a quello della sconfitta». La chiave di lettura del suo avvio boom in Inghilterra? «Ho capito subito che quassù ci sono meno rigidità. Dopo tre allenamenti, sono stato buttato nella mischia. In Italia c’è invece molta prudenza. Qui no, ti mandano subito al fronte». La maggiore differenza tattica rispetto al calcio italiano? «Posso parlare di quello che mi riguarda come attaccante. In Italia si tende alla marcatura ad uomo. Qui invece si difende a zona e in linea».

NAPOLI E RIMPIANTI – Che cosa non ha funzionato a Napoli? «La mia esperienza a Napoli va divisa in due momenti. I primi 6 mesi con Benitez le cose funzionarono bene. Il gruppo era davvero unito. Benitez fece una scelta coraggiosa, ma importante: applicava in modo scientifico il turnover. Tra campionato e coppe varie, si giocava ogni tre giorni e c’era spazio per tutti. Le cose sono cambiate con l’arrivo di Sarri». Che cosa è successo con Sarri? «Sarri ha scelto d’intraprendere un’altra strada: punta sempre sugli stessi. Gli altri devono fare anticamera. C’è una linea ben marcata tra titolari e riserve. E’ una politica anche questa, ma è chiaro che chi resta fuori alla lunga non può essere contento». Nel suo caso però deve esserci qualcosa di più. «Considero Sarri uno dei migliori allenatori in assoluto con i quali ho lavorato, ma con lui non è mai scoccata la scintilla. Per me la sincerità e i rapporti umani vengono prima di qualsiasi altra cosa. Mi piacciono le persone che ti dicono le cose in faccia. Per me è una regola di vita fondamentale: vale non solo nel calcio, ma anche nella sfera privata». Traduzione: bene con Benitez, male con Sarri. «La politica di Benitez ha portato al club una Coppa Italia e una Supercoppa. Non credo che la sua strategia fosse sbagliata». A Southampton è riuscito a mettersi alle spalle il periodo napoletano? «Napoli resta un’esperienza fondamentale nella mia vita. Non la considero un fallimento, perché quando hai segnato 25 gol nelle mie condizioni sei in pace con la tua coscienza. Sul piano umano Napoli mi ha arricchito. Ho conosciuto una splendida città e mi sono creato rapporti di amicizia che resteranno nel tempo. Napoli mi ha lasciato qualcosa d’importante».

IMPATTO INGLESE – L’impatto con la realtà di Southampton? «Ottimo e non solo per i gol. Ho trovato un gruppo molto giovane e un allenatore in gamba. Vivo ancora in albergo, ma presto mi trasferirò in una casa. Southampton può veramente rappresentare una svolta decisiva per la mia carriera». L’atmosfera del calcio inglese? «Fantastica. Qui la gente va allo stadio per sostenere la propria squadra e non per tifare contro l’avversario. Vedo famiglie, molti bambini, un’aria gioiosa. A Wembley ci hanno seguito in trentamila: è stato un esodo incredibile».