12 grandi ritorni di calciatori che hanno fatto storia

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Da Cassano a Crespo, da Di Canio a Henry, da Kakà a Cannavaro: 12 grandi ritorni di giocatori che hanno fatto storia

Vi risparmiamo la citazione “vendittiana”. Anzi no. «Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano» ci sta alla grandissima quando si parla di amori calcistici. E’ vero: non sempre le minestre riscaldate funzionano, ma volete mettere il romanticismo di vedere l’idolo di casa, qualche anno dopo, con la stessa maglia che lo aveva consacrato? Un po’ come rivedere, vent’anni dopo, tua moglie con lo stesso vestito del vostro primo incontro: se riesce ad infilarlo è già un miracolo, ma anche con qualche chilo e qualche ruga in più, ti farà lo stesso effetto, credimi. Eppure ci sono stati ritorni che hanno scaldato il cuore dei tifosi non poco. Non saranno andati tutti alla grande, ma almeno hanno saputo lasciare traccia di sé, se è vero, come è vero, che siamo ancora qui a ricordarli. Ne abbiamo messi da parte dodici: tenetevi stretti i fazzoletti, perché forse vi verrà un po’ da piangere.

Antonio Cassano alla Sampdoria

La prima volta di Antonio Cassano a Genova è mitica: arrivato nell’agosto del 2007 dal Real Madrid, l’attaccante barese ha necessità di rilanciarsi in vista degli Europei dell’anno successivo dopo mesi di panchina con Fabio Capello. La Sampdoria è l’unico club italiano a concedere davvero a Cassano l’occasione di dimostrare di non essere finito: a 25 anni e dopo più di una scorribanda alle spalle, sono in molti a reputare “Fantantonio” come un ex talento sulla via del tramonto (proprio come Balotelli oggi). In tre anni e mezzo con la maglia blucerchiata Cassano mette a segno 41 gol, ma più di tutto trascina la Sampdoria fino ai preliminari di Champions League. La storia finisce, nemmeno a dirlo, per una “cassanata”, forse la più celebre di tutte: ad ottobre 2010 litiga pesantemente con l’allora presidente blucerchiato Edoardo Garrone, apostrofandolo come “vecchio di m…”, viene spedito fuori rosa e venduto alla riapertura del mercato al Milan. Da lì un peregrinare lungo oltre quattro anni: dopo il Milan, l’Inter, quindi il Parma, infine il ritorno di poche settimane fa a Genova. Questo il passato, del futuro ci è ancora impossibile parlare. Se quello di Cassano sarà un ritorno fortunato, al momento lo sanno solo gli astri.

Johan Cruijff all’Ajax

Il primo Cruijff di Amsterdam è forse uno dei dieci giocatori più forti della storia del calcio: dopo la trafila giovanile, l’olandese esordisce in prima squadra nel 1964 e vi rimane per nove anni ininterrotti, fino al 1973. Con i “Lancieri” vince tutto: campionati, coppe nazionali, tre Coppe Campioni, una Supercoppa Europea ed una Coppa Intercontinenale, fino a consacrarsi uomo simbolo di una intera generazione. Vince anche due Palloni d’Oro (più un altro, quando si sarà da poco separato dall’Ajax) mettendo a segno la bellezza di 251 gol in 319 apparizioni. Passato al Barcellona nell’ottobre 1973, all’età di 26 anni (in tempo comunque per vincere una Liga), si ritira dal calcio giocato ad appena 31 anni, nel 1978, dopo gravi contrasti con l’allenatore Hennes Weisweiler (poi esonerato) ed in seguito alla sconfitta alle elezioni presidenziali di Augustì Montal. Torna a giocare più di un anno dopo, nel 1980, nei Los Angeles Aztecs, quindi torna in Spagna, al Levante, poi passa ai Diplomats di Washington. Il 6 dicembre 1981 torna a vestire la maglia dell’Ajax (dopo aver fatto un provino in estate addirittura con il Milan), a 34 anni, per fare da chioccia a una nuova generazione di fenomeni, da Marco van Basten a Frank Rijkaard, vincere un altro campionato e poi passare al Feyenoord, dove chiuderà la carriera nel 1984. La sua seconda esperienza all’Ajax si chiuderà con 16 gol in 46 presenze.

Shevchenko al Milan

Si presenta al Milan come miglior giovane dell’est Europa nel 1999, pagato la bellezza di 25 milioni di dollari da Silvio Berlusconi: le aspettative su di lui sono enormi, ma il giovane attaccante ucraino non delude, entrando di fatto nella leggenda rossonera. Dal 1999 al 2006 Shevechenko mette a segno la bellezza di 165 gol e vince montagne di trofei: uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Supercoppa Europa ma, soprattutto, una Champions League in finale contro la Juventus nel 2003, mettendo a segno il rigore decisivo nella finale di Manchester, forse il punto più alto di tutta la sua carriera. E’ due volte capocannoniere del nostro campionato e si consacra al mondo nel 2004 vincendo anche il Pallone d’Oro. Un amore, quello di Shevchenko al Milan, che pare infinito: i tifosi lo amano e lui ama i tifosi, fino a quell’estate del 2006, alla richieste del Chelsea di Roman Abramovich e all’addio spiegato con i motivi famigliari (permettere ai figli di imparare l’inglese a Londra, anche se c’è chi parla ancora oggi di fortissime pressioni della moglie Kristen). A Stamford Bridge però, Shevchenko, pagato a peso d’oro, sembra la copia sbiadita di quello visto a Milano: segna 14 gol il primo anno, appena 8 il secondo (vincendo comunque due coppe nazionali). Torna quindi al Milan, ma non è più la stessa cosa: innanzitutto la maglia non è più la medesima. La leggendaria numero 7 dei gloriosi trascorsi rossoneri, passata nel frattempo al giovane Pato, lascia il posto ad un’anonima numero 76 (il suo anno di nascita). Soprattutto però Shevchenko non è più lo stesso giocatore capace di incidere: a 30 anni il meglio pare essere alle sue spalle per lui e, dopo una decina di gol in due stagioni, torna alla Dynamo Kiev, lì dove tutto era cominciato (altro glorioso “dejavu” della sua carriera) prima di chiudere col calcio nel 2012.

Didier Drogba al Chelsea

Scrivere la storia di un club a digiuno di trionfi da un po’ di anni non è semplice, ma ci riesce la punta ivoriana, arrivata al Chelsea non giovanissima, a 26 anni, nel 2004. L’allora allenatore Josè Mourinho gli promette di farlo diventare una leggenda: sarà di parola. Drogba, che si era messo in risalto con le maglie di Guingamp ed Olympique Marsiglia, resta a Londra otto lunghi anni, fino 2012, segnando 157 gol e segnando un’epoca d’oro. Riporta la Premier League in casa dei “Blues” dopo 50 anni (vincerà poi altri due campionati) e, al termine della sua prima esperienza londinese, metterà a segno la rete che porterà il Chelsea ai supplementari contro il Bayern Monaco in finale di Champions League: finirà con la conquista della prima storica coppa dalle grandi orecchie del club inglese nella sua storia. Si allontana dunque un paio di anni, va in Cina, allo Shanghai Shenhua, e al Galatasaray (anche lì da vincitore), prima di tornare insieme a Josè Mourinho in tempo per vincere un altro campionato con 7 gol (pesanti) in 40 presenze (molto spesso spezzoni di partita). Non è pù l’attaccante da sogno di un tempo, ma un rincalzo chiamato dal tecnico portoghese per tenere a bada le nuove leve ed a galla lo spoagliatoio. Lascia dopo una sola stagione per approdare ai Montreal Impact, il resto è storia recentissima.

Hernan Crespo al Parma

Quando il Parma lo preleva dal River Plate nel 1996 sa di avere tra le mani un talento rarissimo: capacità di tiro, velocità, visione di gioco. Un attaccante completo e moderno, Crespo, che ci mette poco ad esplodere in Serie A in una compagine, mai come in quegli anni, fucina di calcio e talenti. Col Parma l’argentino fino al 2000 mette a segno 80 gol con una media di oltre 20 reti a stagione, vince anche una Coppa UEFA e una Supercoppa Italiana. Di lui si accorge la Lazio di Sergio Cragnotti che all’alba del millennio lo preleva facendolo diventare il capocannoniere di una squadra che, di lì a poco, si sarebbe sfaldata sotto il peso dei debiti (ironia della sorte, proprio come il suo Parma). Da lì un lunghissimo peregrinare, ma sempre con i gialloblu nel cuore: Inter, Chelsea, Milan in prestito, ancora Chelsea e ancora Inter, quindi Genoa, fino a ritrovare il suo Parma del 2010. Crespo è uno di quelli capace di segnare ovunque vada, anche se quando torna in Emilia non è più lo stesso attaccante di un tempo per sopraggiunti limiti anagrafici (35 anni). Ci mette del suo per aiutare i crociati nel nuovo obiettivo salvezza (con altri 14 gol), alla fine però, nel febbraio del 2012, si arrende all’età e si ritira dal calcio giocato, intraprendendo la carriera di allenatore, sempre nel suo Parma. Il destino di Crespo si incrocia ancora con un fallimento, stavolta però definitivo: in estate il Parma riparte dai Dilettanti, Crespo va a Modena per intraprendere una nuova vita.

Paolo Di Canio alla Lazio

Più di un semplice calciatore, Paolo Di Canio è per la Lazio il simbolo di una fede: da tifoso in Curva Nord a giocatore, da militante a goleadoer nel derby. Cresciuto nel settore giovanile biancoceleste, Paolo dopo il prestito alla Ternana esordisce in prima squadra nel 1987. Segna appena 4 reti, ma una pesantissima in un derby contro la Roma (1989): l’immagina che consegna alla storia è quella di lui che va ad esultare sotto la Curva. La sua Curva. Dopo aver rischiato la carriera per un grave infortunio, viene ceduto alla Juventus, quindi in prestito al Napoli, al Milan, diventa infine leggenda del calcio britannico, prima in Scozia, ai Celtic Glasgow, poi allo Sheffield Wednesday, al West Ham e al Charlton. Nel 2004 esprime il desiderio di tornare alla Lazio: lo riprende il presidente Claudio Lotito, con cui però sin da subito non ci sarà mai feeling. Di Canio in due stagioni, fino al 2006, segna 14 gol, di cui una ancora nel derby (6 gennaio 2005, vittoria biancoceleste per 3 a 1). Alla fine lascia per incompatibilità caratteriale con Lotito e termina la carriera nella Cisco Roma.

Carlos Tevez al Boca Juniors

L’Apache ha un cuore grande ed ingombrante quando il suo passato, segnato dalla mancanza di una vera famiglia alle spalle e dalla violenza dei quartieri difficili di Buenos Aires, gli stessi che poi scriverà sulla maglietta. A calcio, però, Carlos Tevez è mostruosamente bravo: al Boca lo capiscono mettendolo sotto contratto ad appena 13 anni, nel 1997, fino a farlo esordire in prima squadra nel 2001: il ragazzo dalla faccia segnata si mette in mostra con 38 reti, diventando in breve tempo l’idolo di una tifoseria abituata a segnare dai tempi di Maradona. Col Boca Tevez stravince: campionato, Copa Libertadores, Copa Sudamericana e Coppa Intercontinentale, poi allontana: prima di poco, poi di parecchio. Va al Corinthians, in Brasile, quindi approda al West Ham, al Manchester United, al Manchester City ed infine alla Juventus. Torna in estate, semplicemente per nostalgia ed amore della maglia.

Kakà al Milan

Suscita più di un sorriso il suo cognome quando, nel 2003, il Milan lo acquista dal San Paolo per 8,5 milioni di euro: Kakà si presenta a Milano con l’aria smarrita e la faccia d’angelo, ma in campo è un diavolo vero. Fino al 2009 con la maglia rossonera semina il terrore per i campi italiani e non solo, mettendo a segno 95 gol: conquista un campionato e una Supercoppa Italiana, poi una Champions League, due supercoppe Supercoppa Europee (una appena arrivato) e una Coppa de Mondo per Club. La semifinale di andata della Champions League del 2007, contro il Manchester United, quando Ricardo da solo riesce a decidere l’andamento di un’intera stagione, resta negli occhi dei tifosi milanisti come il ricordo più bello. Conquisterà il Pallone d’Oro, poi partiranno le voci sul suo addio: dopo un assalto respinto platealmente del Manchester City a gennaio, con Kakà che giura amore eterno ai rossoneri, nell’estate del 2009 il Milan si arrende e lo vende al Real Madrid per quasi 68 milioni di euro. Per Kakà è l’inizio di una stagione buia della sua carriera: la pubalgia non gli dà tregua e finisce ai margini del gruppo, prima con Mourinho, poi con il suo pigmalione Carlo Ancelotti. Torna a Milano nel 2013, per una breve ma intensa scappattella: segna altri 9 gol, quindi vola via, al suo San Paolo e quindi agli Orlando City.

Paul Scholes al Manchester United

Un ritorno atipico quello del rosso di Manchester: “The Silent Hero”, come lo chiamavano i tifosi dei “Red Devils”. Un eroe silenzioso Scholes, capace di decidere partite e stagioni senza aprire bocca: un leader che non ha bisogno di alzare la voce. Cresce nel Manchester United e debutta in prima squadra nel 1994 insieme ad altri campioni che scriveranno la storia di una città intera: Beckham, Giggs e i fratelli Neville, coloro che passeranno alla storia come “la classe del ’92” (l’anno del loro arrivo nelle giovanili dello United, più o meno). In breve tempo Scholes diventa il perno del centrocampo del team allenato da quel visione di Sir Alex Ferguson e conquista il mondo: vince undici campionati, altri tredici trofei nazionali, due Champions League e due Coppe Intercontinentali/Coppa del Mondo per Club. Nel 2012, a quasi 37 anni suonati, prende la decisione di mollare il calcio e di entrare nello staff del Manchester United, ma cambia idea meno di un anno più tardi, nel 2012, per aiutare la squadra in emergenza numerica a centrocampo: Ferguson ordina, Scholes esegue, come nel suo stile, senza fiatare. Si ritira definitivamente nel 2013 dopo 719 partite e 156 gol tutti con la stessa maglia. Qualcuno dice che in verità non se ne sia mai andato.

Diego Armando Maradona al Boca Juniors

Tralasciamo il solito pezzo strappalacrime sulla grandezza del campione e le problematiche dell’essere umano. Quando Maradona debutta con il Boca Juniors, anno 1981, appena arrivato dall’Argentinos Juniors, è impossibile non capire di che pasta è fatto: qualcosa di divino è nei piedi del ragazzo povero nato a Lanus che in una sola stagione segna 28 gol in 40 apparizioni. Lo nota il Barcellona e lo mette sotto contratto: il resto è leggenda. Il Maradona che torna a Buenos Aires nel 1995 non è più la stessa persona: Diego è profondamente cambiato come uomo e, purtroppo, anche come calciatore. Gli eccessi, i problemi con la droga, la misteriosa squalifica per doping ai Mondiali del 1994, un primo tentativo di farla finita con il calcio giocato, lo rendono un lontano parente del fenomeno che aveva cambiato il mondo del pallone. Il tocco di palla però, quello è lo stesso: fino al 1997 Maradona regala ancora qualche gioia ai tifosi argentini, con 7 gol in non molte presenze, prima di smettere, stavolta per sempre. Un ritorno il suo memorabile più per ciò che ha rappresentato, che per ciò che è effettivamente stato.

Thierry Henry all’Arsenal

Forse il ritorno più romantico di tutti, ma i gusti sono gusti… Henry arriva all’Arsenal nel 1999, ad appena 22 anni, per la lungimirante convinzione di Arsene Wenger, che in lui vede le stimmate di goleador ed attaccante capace di svariare su tutto il fronte offensivo. Henry, che viene dall’esperienza al Monaco, la sua casa madre, e dal breve fallimento alla Juventus, segna un’epoca meravigliosa. Dopo un duro periodo di adattamento al calcio inglese, riportan in casa dei “Gunners” il titolo e poi ne conquista un altro al termine di un campionato condotto dall’inizio alla fine senza subire nemmeno una sconfitta. Davanti al suo nuovo stadio, l’Emirates, l’Arsenal gli dedica una statua, ma Henry non si è ancora ritirato: va al Barcellona, dopo 226 gol in quel di Londra, per vincere la Champions, quindi emigra negli USA, nei New York Red Bulls, per concludere la carriera. Nel gennaio 2012 l’occasione di una vita: Wenger, alla ricerca di un attaccante per fare numero (Gervinho e Chamakh sono impegnati in Coppa d’Africa), lo richiama e i Red Bulls gli accordano il prestito breve. Nel suo nuovo debutto in Inghilterra, contro il Leeds in FA Cup, Thierry fa quello che meglio gli riesce: la butta dentro. L’Emirates esplode davanti al suo monumento. E stavolta non è più solo un modo di dire.

Fabio Cannavaro alla Juventus

Quando arriva alla Juventus nel 2004, scambiato con l’Inter per il portiere uruguagio Fabian Carini, in molti lo danno già sul viale del tramonto. Con Fabio Capello invece Cannavaro risorge, vincendo due Scudetti di fila (revocati) e arrivando alla conquista del Mondiale 2006, il trampolino di lancio verso il Pallone d’Oro. Dopo lo scoppio di Calciopoli andrà via, in direzione Madrid, seguendo proprio Capello ma, non senza polemiche, farà ritorno alla Juventus tre anni dopo: vi rimarrà una sola stagione, prima di chiudere all’Al Ahli.