2013
Juventus, Conte: «Ecco come diventare grandi in Europa»
CALCIOMERCATO JUVENTUS SCUDETTO CONTE – Maggio è un mese dolce per via delle sue vittorie, ma decisivo per il suo futuro: si avvicina il momento del vertice con la proprietà per tracciare il bilancio della stagione e discutere delle sue prospettive. Antonio Conte vuole una Juventus vincente anche in Europa, non riesce ad accontentarsi: «Lo so, me lo dice anche mia moglie (lo sarà ufficialmente a giugno, ndr): “Ma goditi ‘sto scudetto almeno un paio di giorni”. Non ci riesco. E poi ho un carattere che mi porta ad esternare poco le emozioni, ma non vuol dire che non le provo. Inoltre non riesco a dire bugie: meglio stare zitto, se provo a mentire divento rosso… Solo con mia figlia Vittoria le cose cambiano: lei riesce a farmi superare ogni barriera», ha dichiarato il tecnico bianconero nell’intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport, dove ha parlato anche del suo arrivo sulla panchina della Juventus: «Le parole arrivarono da dentro. Ero un tifoso della Juve e la vedevo impaurita, una nobile decaduta che scendeva in campo attendendo le mosse dell’avversario. Mentalità da provinciale. Il rischio, dopo i fatti di Calciopoli e due settimi posti, era proprio quello. Cercato l’anno prima? Sì, avevo incontrato il d.s. Secco cercando di spiegare come intendevo rilanciare la Juve. Puntando sul gioco offensivo, ma con un possesso palla a partire dalla linea difensiva. E poi avendo due esterni d’attacco per sorprendere gli avversari. Avevo anche indicato dei giocatori come modello: Robben, Lennon e Walcott… Diego? Mi chiesero un parere: dissi con franchezza: “E’ un buon giocatore, ma abbiamo in rosa Trezeguet, Del Piero, Amauri e Iaquinta. Io spenderei i 25 milioni in altro modo”. Sapete tutti come è finita. Se hai un allenatore che ha una precisa organizzazione di gioco, non si può escluderlo dalle scelte tecniche».
Conte ha poi provato a descrivere la vittoria dei due scudetti: «Entrambi bellissimi e complicati. Il primo era inaspettato, non eravamo favoriti e forse neppure considerati. Superare una corazzata come il Milan e restare imbattuti per un campionato è stato un capolavoro. Confermarsi non è mai semplice: gli altri ci aspettavamo, in più dovevamo gestire l’impegno in Champions. E poi c’è stata la zavorra del calcioscommesse… Quando ho capito di poter ambire ad entrambi i traguardi? Durante il ritiro negli Stati Uniti del primo anno. Avevo parlato alla squadra, fatto leva sulla voglia di riscossa di campioni come Buffon, Del Piero e Pirlo. E chiesto sacrifici a tutti. Senza sconti a partire dagli allenamenti. Un giorno li vedo sudare come pazzi, ma nessuno che si lamenta. Erano un po’ fiacchi, mi spiegano “Mister, fa troppo caldo”. Non ci credo del tutto e allora faccio una corsetta per saggiare le condizioni. Beh, dopo 10′ a basso ritmo stavo svenendo. Sono tornato negli spogliatoi e ho fatto i complimenti a tutti per l’impegno nonostante il clima infuocato».
In merito al mercato, invece, ha chiarito: «Ai miei giocatori sarò grato a vita. Di certe cose, poi, è giusto parlarne con la società. Beh, quando sento certi commenti mi viene da ridere. Tipo: “Alla Juve bastano due acquisti per vincere anche la Champions”. Sarebbe un discorso superficiale e presuntuoso. Ma di cosa stiamo parlando? La realtà è diversa: negli ultimo anni la vetta si è allontanata. Il ranking Uefa lo dimostra. Non è solo una questione economica. Certo, i soldi aiutano a vincere, ma non bastano. Il modello da seguire è il Bayern: un progetto serio iniziato anni fa con Van Gaal, passato anche da sconfitte brucianti che hanno alimentato la ferocia dei calciatori. Alla base di ogni successo c’è: una organizzazione di gioco, una società disposta a seguire una strada precisa con investimenti mirati e una gestione oculata del vivaio. Solo così si può invertire la rotta. Il problema è che viviamo di ricordi… Devono migliorare tutte le componenti del nostro calcio. Scendiamo sul pratico: ho sentito Robben l’altro giorno dire: “La nostra è stata una vittoria di squadra”. Ha capito, Robben è un talento puro. Come Ribery. Eppure si sono messi al servizio della squadra. E’ l’organizzazione di gioco che esalta il talento, purtroppo da noi questo è un pensiero di minoranza. Si dice: “l’attaccante non deve stancarsi con il pressing altrimenti non è lucido in area, il 10 deve essere libero da ogni marcatura e tutto ruota intorno a lui”. Non è così, almeno per me. E mi pare che questo possa essere un modello vincente».
E, infine, sul suo futuro: «Resterò? Ci vuole rispetto per i miei giocatori e per la società. Di queste cose parlerò con il presidente e Marotta. Chi voglio tra Ibrahimovic, Suarez e Higuain? (ride) A loro non si può dire di no. Prenderei tutti e tre. E per vincere la Champions non bastano mica…».