Serie A
Prandelli sicuro: «Allegri? Ma vogliamo scherzare! Siamo ancora qui a parlare di critiche a Max…Conte un esempio per questo motivo. Ecco chi è l’allenatore ideale»
Prandelli, allenatore, ha rilasciato un’intervista nella quale ha toccato diversi temi riguardanti la figura del tecnico.
Cesare Prandelli, l’uomo che ha guidato l’Italia alla finale di Euro 2012 e ha regalato anni di grande calcio a Firenze, è da sempre un osservatore attento dell’evoluzione tattica. In un momento in cui il dibattito tra “giochisti” e “risultatisti” si infiamma nuovamente dopo la sfida tra il Como di Fabregas e il Milan di Allegri, Prandelli interviene con la sua consueta pacatezza per smontare le etichette e rimettere al centro il valore del talento.
Ecco la sua intervista a La Gazzetta dello Sport:
DUALISMO SUPERATO «Io non mi sono mai schierato né da una parte né dall’altra. In ogni caso è un dualismo superato, anche perché poi vorrei capire bene chi sono i giochisti e chi i risultatisti. L’allenatore è allenatore. E basta. Le mode sono dannose e spesso fanno danni contagiando i settori giovanili».
FILOSOFIA E INTERPRETI «Diciamo che ci sono squadre che seguono la filosofia e i principi di gioco del proprio allenatore e altre sempre organizzate che si affidano maggiormente alle giocate dei propri interpreti. Però… nel calcio le idee sono importanti, ma la gestione dell’imprevisto lo è di più».
GESTIRE L’IMPREVISTO «Un allenatore può avere anche le idee più belle del mondo, ma poi ogni domenica si deve confrontare con la partita. E nei novanta minuti ci possono essere degli imprevisti che ti obbligano a cambiare per non andare a sbattere. L’allenatore si deve adattare all’imprevedibilità della gara. Il calcio non è aritmetica: può capitare benissimo che una squadra domini in quasi tutte le statistiche, a partire dal possesso palla, ma che poi vinca quella avversaria con due fiammate di un campione. Como-Milan è andata così e dimostra che sono i valori a fare la differenza. Contano le giocate tecniche, non i sistemi di gioco».
IL PROGETTO DEL COMO «Cesc è uno dei giovani allenatori più interessanti e sono convinto che diventerà un top anche in panchina. Fabregas ha idee innovative e una società che le condivide e asseconda. Il progetto del Como mi piace nella sua totalità: è visionario e futuristico. Ma sia chiara una cosa: Fabregas non è un integralista».
FABREGAS «Cesc ha dei principi chiari, però è tutt’altro che rigido e questa è la qualità più importante per un allenatore. Fabregas vuole costruire da dietro, però se una squadra li pressa “alti” lui è il primo a dire: allora verticalizziamo immediatamente».
ALLEGRI «Ma vogliamo scherzare! Siamo ancora qui a parlare di critiche a Max, uno che tra Milan e Juventus ha conquistato sei scudetti. Allegri è un grande allenatore».
IL PROBLEMA DELLE ETICHETTE «Anche a Bearzot veniva dato del difensivista, in realtà era già molto moderno. Riguardatevi il gol di Tardelli nella finale del Mondiale, Bergomi e Scirea sono nell’area avversaria. Il problema è che le etichette sono difficili da rimuovere dall’immaginario collettivo».
PRAGMATISMO E CONTE «Max non è un catenacciaro, è pratico. Il pragmatismo è una delle qualità fondamentali per un tecnico. Sfruttare al meglio i giocatori e le giocate dei propri uomini è un valore aggiunto. Ripeto: bisogna dare la priorità alla tecnica, non ai sistemi di gioco. Conte è un altro esempio positivo. Antonio ha giocato in un certo modo per anni ottenendo grandi risultati. A Napoli nelle ultime due stagioni ha variato tante volte per andare incontro ai giocatori senza però snaturare i suoi principi e la sua mentalità vincente».
L’ALLENATORE IDEALE «Non esiste. Il problema è proprio quello: voler seguire le mode. Ogni allenatore per essere credibile deve essere se stesso: conoscenza e carisma fanno la differenza, non se ti disponi in un modo o nell’altro. Le mode fanno danni».
DANNI NEI SETTORI GIOVANILI «Penso ai settori giovanili. Gli istruttori dei ragazzini a volte seguono le mode tattiche invece di liberare la tecnica dei loro piccoli. Fino ai 14 anni i bambini vanno fatti esprimere senza troppi schemi o consegne rigide. Il risultato purtroppo è sotto gli occhi di tutti: in Italia produciamo sempre più soldatini che eseguono bene il compitino che gli viene richiesto, ma abbiamo sempre meno giocatori che inventano, rompono gli equilibri e ribaltano il copione con un dribbling».