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Zola indica la via: «Dobbiamo investire sui giovani! Le seconde squadre non sono un problema. Baggio, Totti e Maldini le eccezioni dalla Primavera»

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L’ex attaccante Gianfranco Zola ha voluto dire la sua sulla crisi del calcio italiano indicando nei giovani l’unica strada da seguire per la rinascita

Intervenuto a Sky Calcio Unplugged, l’ex attaccante Gianfranco Zola si sofferma su diversi temi legati alla sua riforma del 2024 per i giovani del calcio italiano.

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LA RIFORMA DEL 2024 SUI GIOVANI – «Fondamentalmente consiste nel stimolare le società economicamente, parlando con incentivi economici, a dare più attenzione a tutto quello che fanno nei settori giovanili in termini tecnici, preparatori, persone che lavorano con i ragazzi, strutture e impianti. E poi il terminale di tutto sta nel fatto che le squadre che fanno giocare i calciatori, che vengono dal loro settore giovanile, percepiscono un premio quattro volte superiore a quello prima».

COME NASCE QUESTA IDEA – «È il risultato di tanti tavoli di lavoro fatti con i dirigenti della Lega Pro, soprattutto quelli che lavorano nei settori giovanili e che hanno portato avanti le loro idee. Parte tutto dall’idea che in Lega Pro ci sono 60 squadre. Io l’ho fatto con estremo piacere perché la Lega Pro per me è stata importantissima in carriera. Mi ha dato l’opportunità, in un’età importante, di farmi conoscere, di migliorare e di crescere. In questo senso, io sapevo che poteva essere un’opportunità per molti giovani».

IL GAP TRA PRIMAVERA E PRIMA SQUADRA – «Sappiamo che dobbiamo migliorare molto. È un processo iniziato 3 anni fa però è un lavoro lungo. Noi abbiamo bisogno di un futuro e quindi dobbiamo investire in quello che verrà dopo. Per investire intendo prendersi cura, dargli attenzione e creare un percorso che porti i ragazzi a giocare in prima squadra, perché se il loro percorso finisce in primavera o juniores non abbiamo capito nulla. Il salto di qualità dal settore giovanile alla prima squadra è enorme. Si può fare ma bisogna mettere i ragazzi nelle condizioni di poterlo fare. Tu puoi essere anche il miglior giocatore della primavera ma quando arrivi in prima squadra non sei pronto. A parte alcuni giocatori che fanno eccezione, ma parliamo di giocatori come Baggio, Totti, Del Piero o Maldini».

LE DIFFERENZE CON I MIEI TEMPI – «Io ho dovuto fare un percorso diverso, mi sono fatto conoscere in Serie C e poi sono andato in A, che a quel tempo aveva solo tre stranieri, con tutto il rispetto per loro. Poi Zola è anche stato bravo ad approfittare di questa opportunità e di fare bene. Adesso è più complicato perché a livello di settori giovanili siamo bravi, il problema è che pochi giocatori hanno giocato nelle proprie prime squadre di livello, spesso però succede all’estero. Poi ci sono altri ragazzi italiani giovani bravi che non hanno ancora giocato. Noi abbiamo bisogno delle prossime generazioni che devono dare valore al nostro calcio. Dobbiamo essere molto responsabili e migliorare il processo».

I TALENTI SBOCCIATI NELLE SECONDE SQUADRE – «Palestra, Bartesaghi, Yildiz, Miretti, Fagioli e te ne posso citare tanti. Tutti hanno fatto parte della seconda squadra e poi hanno giocato in Serie A e adesso sono giocatori pronti. Le seconde squadre quindi vanno benissimo».

UN SISTEMA DA MIGLIORARE – «È chiaro che se ci fossero più giocatori italiani nelle seconde squadre sarebbe ancora meglio. Il progetto funziona per le squadre che hanno la seconda squadra perché valorizzano i loro giocatori in un percorso validissimo. Sono poi utili anche alla Lega Pro perché arricchiscono i valori del campionato e dal punto di vista economico sostengono tutto il processo e anche la riforma Zola. È una collaborazione che va molto bene».

IL RUOLO DEL DIFENSORE – «I ragazzi non difendono con troppa attenzione perché non gli viene richiesto. Gli si chiede di essere play-maker. Che sia una cosa giusta e vincente fino alla fine, non lo so. Storicamente hanno sempre vinto le squadre che hanno difeso meglio e fino a prova contraria rimango di quell’idea. Poi, il calcio sta cambiando e sta diventando più televisivo per far vedere alla gente emozioni. Per me, però, il calcio è bello anche per l’arte della difesa, delle chiusure, del non concedere tanto spazio. Sin dai ragazzi si insegna a giocare da dietro. In alcuni momenti della partita è importante difendere nel modo giusto. Il calcio è più emozionante quando si attacca, certo, però anche l’arte della difesa è importante. Chiellini era un esempio straordinario di questa fase».

LA CRISI DEI NUMERI 10 – «Sicuramente in primis c’è il fatto che il calcio è cambiato rispetto a prima. In questo momento il 10 di una volta si deve adattare o come esterno destro o a fare mezz’ala d’attacco o quinto centravanti. Però non è solo questo. Rispetto a prima, mi ricordo che al giocatore con le mie caratteristiche non veniva dato un compito ben preciso dal punto di vista offensivo. Magari gli si chiedeva di ricevere la palla in una determinata zona di campo e si lasciava libero di interpretare in base a quello che vedeva in campo. Ora si fa uno contro uno, si torna indietro fino a quando non si trova uno spazio. Poi si vive anche di momenti. Ci sono cicli in cui ci sono tanti numeri 10 e altri in cui hai grandi difensori ma ti manca altro».

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