Adriano Leite Ribeiro, l’Imperatore che si autodistrusse

adriano inter
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La carriera di Adriano Leite Ribeiro è stata un romanzo di un giovane povero che dalle favelas brasiliane è arrivato in Serie A per diventare l’Imperatore. Vita e parabola del calciatore brasiliano che fece sognare l’Inter

Adriano Leite Ribeiro è seduto sulla spiaggia, i granelli di sabbia fine gli carezzano le cosce. I muscoli sono tesi, le gambe una sull’altra. Non ha più i quadricipiti di un tempo ma è ugualmente felice, il suo costume azzurro gli sta un po’ stretto e gli lascia il segno sulla coscia. Con la mano destra picchietta sulla sabbia, nella sinistra tiene una birra calda in un bicchiere di plastica. Indossa degli occhiali da sole a specchio comprati per pochi reais a una bancarella qualche ora prima, il sole è cocente e gli batte sul volto pingue. Sente il sudore colargli da dietro le orecchie fin sui rotolini di ciccia che gli si sono formati sul collo. Beve un sorso di birra, sembra che non lo faccia da una vita anche se è la terza in quel pomeriggio. Tiene il bicchiere troppo lontano dalla bocca, qualche stilla cade sul petto villoso e scende fin sul ventre gonfio e spelacchiato. La goccia paglierina disegna una curva che intristisce Adriano. Si volta a destra e a sinistra, è solo, la ragazza che era arrivata assieme a lui è andata via. Ripensa a quando era solo muscoli, a quella volta in cui a Empoli andò sotto la curva all’ultima di campionato e, sfilatasi la maglietta, si mise in posa da culturista e i tifosi dell‘Inter, ancora in preda all’emozione per un colpo di testa all’incrocio, per un attimo si strabiliarono di quel fisico scolpito nel bronzo. Là dove c’erano gli addominali adesso sta una collinetta, la stessa su cui si aggrappava l’aderente maglietta della Roma. Lo fasciava quella divisa, lo opprimeva, lui doveva essere libero. Ripensa a tutto questo Adriano, alla fatica che ha fatto per emergere dalla povertà e dimostrare il talento e alla facilità con cui ha perso tutto. Si porta la mano destra al volto e, con le dita sporche di sabbia, si pulisce sotto gli occhi spostando di poco gli occhiali. Un’altra goccia, l’ennesima, stavolta tendente all’azzurro, stava per scendere giù.

Adriano, tutto inizia in una favela in Brasile

Adriano Leite Ribeiro nasce che è già il più forte di tutti. Ha un fisico statuario, delle gambe da terzino ma una potenza mai vista in un ragazzo del genere. Cresce in una favela, il che sembra quasi uno stereotipo per chi non è brasiliano. E proprio in quella favela vive con il padre Almir Leite Ribeiro, solo una ventina d’anni li divide, sono quasi come fratelli. Almir vuole che il figlio sfondi, Adriano non si distaccherebbe mai dal padre: solo pochi anni prima lo ha visto prendersi una pallottola in testa in uno scontro a fuoco in cui Almir è finito per caso. Da quel giorno Almir vive con quel proiettile conficcato nel cranio e Adriano ha giurato che non lo lascerà mai. Il padre lo va a vedere quando può, la strada per il successo è in salita e la famiglia non può permettersi di spendere troppi soldi per assecondare i sogni di Adriano. Fa come molti della sua età e della sua zona, si sposta con i mezzi, non è quasi mai a casa e si divide tra la scuola e il campo di allenamento. Fa il terzino, ma difende male. Al Flamengo decidono di spostarlo più avanti, perché è alto e si sta irrobustendo. È la mossa più giusta da fare, quella che segna la sua carriera in positivo. Esordisce in prima squadra a diciotto anni e a fine stagione ha già segnato dieci gol, molti con quel sinistro fulmineo che il buon Dio gli ha donato. Adriano è molto religioso, così come papà Almir, benedice il cielo ogni volta che scaraventa in rete uno dei suoi famosi tiri di collo pieno. Ha una forza sovrumana Adriano, e al Flamengo decidono di affinare la sua tecnica. Anche qui i signori del Mengo non sbagliano di certo. C’è chi giura di vedere Adriano in allenamento saltare cinque avversari e sparare in porta tiri che sembrano fatti da una macchina, tanto sono potenti. A Milano lo tengono d’occhio, passa dal rossonero al nerazzurro. Va all’Inter, si separa dalla famiglia e dalla favela. Certe cose però, volente o nolente, uno se le porta sempre appresso.

Adriano sbarca in Serie A: Inter, Fiorentina e Parma

Adriano tira una punizione che spacca la traversa, tocca la parte interna e scende oltre la linea di porta. È un’amichevole quindi si esulta poco, ma più che lui stesso a gioire sono i compagni e i dirigenti. L’Inter al Bernabeu ha appena battuto il Real Madrid due a uno con un tiro da fermo di Adriano al novantesimo, Casillas è ancora lì che cerca il pallone. Il primo sussulto non convince Cuper, che tende a tenere il ragazzino diciottenne in panchina, salvo poi metterlo a partita in corso. Ancora al novantesimo, ancora con un sinistro imparabile: così Adriano si presenta a San Siro, segna il due a uno in InterVenezia e torna dietro a Vieri, Ronaldo, Kallon e Ventola nelle gerarchie nerazzurre. Non assiste allo scempio del 5 maggio, è impegnato in prestito alla Fiorentina con cui segna parecchio ma scende in Serie B. Indossa la maglia numero 90, come l’anno della pallottola di Almir. A fine stagione ha vent’anni, ma gioca come un veterano. Il Parma lo prende in compartecipazione e con Mutu diventa il giocatore più temibile di tutta la Serie A. Quel Parma vola, la maglia gialloblu svolazza sulle fattezze da Ares di Adriano. Prende palla in ogni zona del campo, lascia andare conclusioni che i portieri possono parare solo con la forza dello spirito. Al Tardini segna tanto, la Parmalat si mette di mezzo e lui torna all’Inter e torna grande. Lo chiamano L’Imperatore, con tanto di articolo determinativo. A San Siro lo adorano come si adorano i regnanti, pendono dalla sua corsa in progressione. I giornalisti ci scherzano su, ma nemmeno poi troppo. «Adriano è come Hulk – dicono – attenzione che diventa verde». Diventa verde spesso, spessissimo. È uno degli attaccanti più forti del mondo. Nel 2004 però papà Almir muore, la notizia lo raggiunge poco dopo aver vinto la Copa America, mentre Adriano vola verso Bari con la sua Inter. Qualcosa si rompe, qualcosa cambia.

Inizia il declino dell’Imperatore Adriano

Adriano continua a segnare come un ossesso ma ogni tanto incappa in momenti di scarsa lucidità. Nel settembre 2004 incontra l‘Udinese e vince da solo in tre minuti: incurva il corpo e impatta la palla su punizione come sa fare lui, la sfera gira e rientra a battere De Sanctis sul secondo palo; in contropiede fa secchi da solo tre difensori e ancora una volta scarica in rete con una violenza catartica, purificatrice. Sembra voler lavare l’anima dai peccati quando calcia verso lo specchio. Una volta arriva il Palermo al Meazza e lui non segna, si limita a fare il tiro in porta più potente della storia della Serie A. Da trentacinque metri calcia quasi da fermo, manda il cuoio sulla traversa e il rinculo lo ributta indietro quasi all’altezza di Adriano. In tutta Milano si sente un suono sordo. In Italia, in Europa, con il Brasile, Adriano segna sempre, è decisivo. Poi però iniziano le bravate, dopo la morte del padre il suo cervello non è più lo stesso. Fa a pugni con Caneira in Champions League, non si presenta gli allenamenti e quel fisico perfetto si arrotonda leggermente. Girano foto con troppe ragazze, troppo alcol, troppo tutto. Sta più nei privé che in campo, lo si vede sempre meno con la maglia dell’Inter e le voci che nascono in quel periodo sono terribili, una la racconta la pornostar Edelweiss e Adriano non ne esce bene. Massimo Moratti è un padre per molti giocatori dell’Inter, soprattutto quelli sudamericani. Li vizia, li coccola, li difende. Lo stesso fa con Adriano, che si vede libero di compiere qualsiasi atto gli salti in testa. I rapporti con mister Roberto Mancini però sono sempre più tesi, per non parlare di quelli con gli avventori dei locali che frequenta. Fa a botte con Howell, cestista di Varese alto due metri e rotti. A Milano cominciano a non averne più, parlano di saudade, lo spediscono a San Paolo. In Brasile torna a segnare, poi rientra In Italia e Mourinho non lo vuole. Di nuovo Brasile, poi Roma e un circolo vizioso di esperienze tutt’altro che indelebili. Ingrassa, si deprime, beve più del dovuto. Si autodistrugge.

Adriano e il ritorno in Brasile

Adriano però mantiene sempre quel volto trasognato che aveva anche quando da ragazzo prendeva l’autobus per andare agli allenamenti. Smette con il calcio ma mai ufficialmente, c’è chi pensa al peggio ma la depressione non se lo porta via. Lo porta sull’orlo dell’obesità, questo è certo. Lo porta sulle spiagge per i festini, perché l’unico modo per non affogare in una dipendenza è non rendersi conto che sia davvero una dipendenza. Vogliono che si alleni ma lui, ormai sferico, si rilassa a Copacabana, a Leblon, a Ipanema. Il Brasile è la sua terra, da nessuna altra parte può scialacquare il suo innato talento come fa qui, su questa sabbia finissima che gli si aggrappa al costume azzurro. Ripensa a quando era Imperatore, L’Imperatore. Si dà un’occhiata al piede sinistro, nemmeno quello si è salvato dalle sregolatezze della sua nuova vita. Gli arriva incontro un pallone, i ragazzetti che giocano lì vicino non sembrano avere una tecnica fuori dal comune. Da seduto, senza nemmeno la voglia di alzarsi, scioglie le gambe incrociate e dà un colpo di sinistro al pallone. La palla si alza e finisce precisa precisa tra le braccia del ragazzo lì a due-tre metri. Adriano sente di dover giocare, ha visto che la qualità non gli manca, non gli è mai mancata. La voglia però, è pari a zero. Beve l’ultimo sorso della birra torrida, si mette disteso con le braccia sotto la testa, gli occhiali ancora indosso. Una figura femminile gli oscura il sole. È lei, è tornata. Gli si posa addosso e lo abbraccia. Sente il suo corpo caldo, avverte lo sfregare della sabbia sul suo torace molliccio. Il calcio ormai è un ricordo lontano. Secondo la stampa brasiliana l’ex Imperatore oggi vivrebbe nella favela Vila Cruzeiro, una tra le più povere e pericolose di tutta la città dove dovrebbe addirittura pagare una somma per avere protezione da una gang locale, la Red Command. Era già successo n passato che Adriano era stato fotografato con gang locali, con mitra, pistole e impegnato in festini.