Allegri: «Tra 5 o 6 anni smetto, ma la Nazionale mi interessa»

Allegri: «Tra 5 o 6 anni smetto, ma la Nazionale mi interessa»
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Le dichiarazioni di Massimiliano Allegri nel corso dell’intervista rilasciata al magazine GQ: il futuro alla Juventus, la Champions, l’Italia

Massimiliano Allegri, tecnico della Juventus, ha rilasciato una lunga intervista al magazine GQ parlando del futuro in panchina: «Tra cinque o sei anni smetto. Perché finché mi diverto ad andare in campo e insegnare io continuo, ma nel momento in cui non mi divertirò più smetterò, e avrò risolto il problema. A me piace vedere i giocatori crescere, mi piace far debuttare i ragazzini e vederli diventare grandi. A me piace insegnare. Alla fine dell’anno mi piace vedere dei giocatori che sono migliorati, per me è una soddisfazione enorme. Nel momento in cui smetto di sentire questa magia, non ha più senso che alleni. Tra 5-6 anni smetto, ma la Nazionale mi interessa. La Nazionale è un’altra cosa. È un motivo d’orgoglio. E ti dico anche che la Nazionale italiana dei nati tra il 1992 e il 2000 ha due generazioni di giocatori molto bravi. Sarà una Nazionale forte, nei prossimi anni».

Allegri: «Tra 5 o 6 anni smetto, ma la Nazionale mi interessa»

Si passa al capitolo Juventus, con la stagione 2017/2018 che ha visto i bianconeri iniziare nel modo in cui si era concluso l’anno prima, vincendo in campionato e dicendo la propria in Champions League: «Io sono contentissimo della rosa che ho alla Juventus. È migliorata, e non era facile. Siamo fortissimi. Ai tifosi dico di liberarsi della negatività, di non arrovellarsi sulle sconfitte passate. Le finali si perdono e si vincono, è sempre stato così, e così sarà anche per la Juventus. Lo dico anche ai giocatori, perché per fare grandi cose, col talento che hanno, gli ci vuole solo l’incoscienza. Un po’ di sana follia, mettere da parte i ragionamenti e pensarsi invincibili. Di fenomeni nel mondo del calcio continua a essercene solo uno, o due, com’era prima, per ogni generazione… La differenza è che ora ci sono tanti più soldi e tante più squadre con diversi giocatori forti. Vincere la Champions ora non è come vincerla trent’anni fa».