Boateng si racconta: «Al Milan diventai uomo, lo Scudetto fu bellissimo»

Boateng si racconta: «Al Milan diventai uomo, lo Scudetto fu bellissimo»
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Kevin-Prince Boateng, approdato al Barcellona, ripercorre la sua carriera e assicura: «È sbagliato fermare le partite per i cori razzisti».

Dopo aver fatto bene al Sassuolo, Kevin-Prince Boateng è stato preso dal Barcellona nel calciomercato di gennaio. Il centrocampista ghanese ha riavvolto il nastro dei ricordi e intervistato da “Sky Sport Uno” per il programma “I Signori del Calcio”, ha parlato della sua carriera e di razzismo. «Al Milan sono cresciuto e diventato uomo, – ha affermato – perché giocavo con uomini, non giocavo più con ragazzi ma con uomini veri. Questa idea di diventare uomo mi ha fatto sempre un po’ paura. Perché pensavo che quando sarei diventato uomo avrei dovuto smettere di giocare e avrei dovuto trovare un lavoro. Lì mi ha aiutato a diventare uomo. Ci sono stati tanti giocatori che mi hanno mostrato come si fa a esserlo».

«Lo Scudetto l’ho vissuto in ogni partita. – ha proseguito nel suo ricordo Boateng – Veramente non ho mai pensato allo Scudetto, poi nell’ultimo mese certamente mi sono detto: “É lì e lo dobbiamo prendere”. Quante emozioni, era veramente come un film! Quando ha fischiato l’arbitro a Roma io non sapevo cosa fare, perché era il primo trofeo importante vinto come protagonista e non sapevo davvero cosa fare. Ho abbracciato tutti. Tantissime emozioni, bellissimo». Tutti ricordano la spettacolare rete segnata al Camp Nou contro il Barcellona. «Fu un gol fantastico! – ha ammesso Boateng – Contro il Barcellona, la squadra più forte del mondo e con i giocatori più forti del mondo. È stato un momento felice della mia vita».

Quanto alla sua attuale esperienza in Catalogna, Boateng spiega: «Sono venuto al Sassuolo per lavorare con De Zerbi in una società molto seria. Nella mia vita ho avuto tanti ‘up & down’, su e giù, per quello ho pensato di venire in una squadra e in una società tranquilla, che mi aiuta a stare un po’ più tranquillo. Fra Barcellona e Real Madrid scelgo il Barcellona, perché gioca un calcio che vogliono giocare tutti». Quindi sul rapporto col fratello Jerome: «In Germania mi classificarono come bad boy. Seppur facciano parte di me, non erano molto positive. In Germania sono molti “rigorosi”, molto corretti, e a loro non è molto piaciuto questo mio comportamento. Così ho visto che la strada era davvero lunga per entrare nei piani di Löw, quindi mi sono detto “mi vogliono in Ghana e io voglio giocare in Nazionale”.

Infine sul razzismo: «Certamente si possono fare tante cose, io penso che l’ultima cosa che debba fare un giocatore è fermarsi. Io l’ho fatto dalla rabbia e dall’emozione. Però, non dobbiamo arrivare a questo perché siamo esempi e idoli per i bambini e non può essere un esempio per un bambino ‘fermare il gioco’ quando a te non piace una cosa. Dopo, stiamo parlando di razzismo e di non avere rispetto per una persona. Ci sono tante cose che possiamo migliorare come società, come calcio in generale. Possiamo fare molto di più. Se significa aiutare e dare segnali abbracciandosi ad ogni partita o ogni giorno lo dobbiamo fare. Chiudere lo stadio è una sconfitta per tutti perché se alla fine chiudi uno stadio hanno vinto gli altri».

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