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Editoriale

Conte e quei tanti indizi che ormai fanno una prova: re in patria, Cenerentola in Europa. Il fallimento del Napoli è un fastidioso Deja-Vu

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Conte Juve Napoli

Conte deve convivere con l’ennesimo fallimento europeo della sua carriera da allenatore: è giusto considerarlo un tecnico top a 360 gradi?

La notte del “Diego Armando Maradona”, quella tra Napoli e Chelsea squarciata dai colpi di João Pedro e dal gelo del triplice fischio che ha sancito il 30° posto del Napoli, non è solo la cronaca di un’eliminazione. È l’atto finale di un dramma sportivo che ha un protagonista ricorrente, un regista che sembra incapace di adattare il proprio copione al palcoscenico più prestigioso: Antonio Conte. Inutile girarci intorno o cercare rifugio nel vittimismo: il Napoli fuori dalla Champions League con soli 8 punti in 8 partite è un fallimento senza appello.

Conte e la maledizione dei Campioni d’Italia: un filo rosso lungo 13 anni

Per comprendere l’entità del disastro azzurro, basta guardare ai libri di storia. Negli ultimi 25 anni, una sola volta la squadra campione d’Italia in carica era stata eliminata nella prima fase della Champions League: la Juventus del 2013/2014. L’allenatore di quella Juventus? Antonio Conte.

Il parallelismo è inquietante. Quella Juve, dominante in Serie A, si schiantò contro il Galatasaray nella neve di Istanbul; questo Napoli, altrettanto ambizioso, è affondato in un girone dove non è stato capace di gestire i momenti chiave. I numeri del cammino europeo di Conte sono una sentenza: sei gol presi dal PSV, uno scialbo 0-0 con il Francoforte e, soprattutto, l’imperdonabile 1-1 con il Copenaghen giocato per oltre un’ora in superiorità numerica 11 contro 10. Infortuni e alibi non servono: la verità è che, se in campionato Conte è tra i migliori di sempre, nelle coppe europee si trasforma in uno dei peggiori profili d’alto borgo.

La tattica del “binario” che sbatte contro il muro europeo

Perché questo sdoppiamento di personalità? In Italia, il calcio di Conte è un rullo compressore. Chiede cose specifiche, movimenti meccanizzati, una ferocia agonistica che logora le squadre della Serie A, spesso meno attrezzate tecnicamente. Ma l’Europa è un’altra creatura. La Champions League richiede imprevedibilità, flessibilità tattica e capacità di leggere i momenti. Il calcio di Conte, al contrario, è un calcio di “binari”: se il binario si interrompe, la locomotiva deraglia.

Le squadre europee, dotate di maggiore ritmo e qualità individuale, hanno imparato a disinnescare i suoi schemi prefissati. Mentre gli avversari cambiano pelle durante il match, Conte resta ancorato alle sue certezze, aspettando che i calciatori eseguano ordini che, semplicemente, in campo internazionale non hanno alcun effetto. È un limite strutturale, non episodico. E no, non vale citare la finale di Europa League raggiunta con l’Inter nel 2020: quella fu un’edizione anomala, segnata dal Covid, giocata in piena estate e con turni in gara secca che somigliavano più a un torneo rionale di lusso che alla complessità di una vera competizione continentale.

Riflessione finale: top Coach o specialista limitato?

A questo punto, sorge spontanea una domanda quasi eretica: è giusto continuare a considerare Antonio Conte un “Top Allenatore” a 360 gradi? O forse dovremmo iniziare a vederlo come un eccellente specialista dei confini nazionali, un tecnico dai paraocchi dorati?

Un vero fuoriclasse della panchina è colui che sa vincere in ogni contesto, che sa adattare la propria filosofia all’avversario e alla competizione. Conte, invece, sembra un cuoco stellato capace di cucinare un solo piatto straordinario: se gli cambiate gli ingredienti o la cucina, il risultato è spesso indigesto. Forse, più che un “Top Player” della panchina, siamo di fronte a un allenatore estremamente limitato, che chiede ai suoi soldati una disciplina spartana che produce titoli in patria ma che, appena varcato il confine, si scioglie come neve al sole di fronte alla complessità del calcio moderno.

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