2012
Grazie di tutto, campioni!
Da quando ho i primi ricordi calcistici ci sono una serie di calciatori che sono da sempre presenti, che già giocavano, seppur giovanissimi , quando io ero appena un bambino e guardando con mio padre le partite di calcio sognavo di diventare anch’io, un giorno, un calciatore professionista. Ho 24 anni e i ricordi più vecchi di una partita di calcio sono probabilmente la finale di Coppa dei Campioni del ’94, aiutato anche dal mio tifo milanista, e la sfortunata finale dei Mondiali americani. In quegli anni gente come Nesta, Inzaghi, Del Piero muovevano i primi passi nel calcio professionistico.
Questi calciatori, che hanno da poco annunciato di terminare la loro carriera, per lo meno in Italia, resteranno per sempre nel mio cuore e non perché erano i miei idoli di quand’ero bambino, ma perché, insieme ad altri mostri sacri come Maldini, Zanetti, Nedved, Totti, sono gli ultimi esemplari di un tipo di calciatore in via d’estinzione. Loro vengono dal calcio vecchio stampo, un calcio fatto di sacrificio, cuore e fatica, quello giocato tutto alla domenica alle tre del pomeriggio, quello degli stadi pieni e senza interviste tra un tempo e l’altro. Loro hanno vissuto entrambe le epoche: quella in cui il calcio era mitologia e il calcio moderno, un po’ più veloce, ma forse meno emozionante.
In un mondo in cui il calciatore appartiene di diritto alla schiera dei VIP, in cui è più facile trovarlo in discoteca che su un campo d’allenamento, su un giornale di gossip che sulla Gazzetta dello Sport, loro restavano i campioni più schivi e riservati. Per loro l’importante era la partita, finita quella i riflettori su di loro potevano anche essere spenti perché lì iniziava la vita privata che non doveva essere volgarmente spiattellata ai media, perché una volta rientrati negli spogliatoi, smettevano i panni del campione per indossare quelli del marito, del padre, dell’uomo. Fuoriclasse incontestabili e trasversali, a cui volevano bene non soltanto i tifosi della squadra per cui tifavano, che hanno condotto in tutti gli anni delle loro lunghe e gloriose carriere una vita da atleti e da professionisti ai limiti della perfezione.
Sono di quelli che credono che l’esempio non si dia con le parole, ma con i fatti. È per questo che questi campioni hanno sempre parlato poco, col rischio di tenersi tutto dentro, col rischio di ingoiare qualche rospo di troppo. Perché bastavano i loro gesti per capire come la pensavano e di che pasta erano fatti. Come quando venivano ingiustamente criticati per qualche prestazione sbiadita, loro rientravano in campo e mostravano di essere i migliori, senza parlare, limitandosi a giocare.
In un calcio dilaniato dallo scandalo scommesse e da altre cose che con lo sport hanno poco a che fare c’era ancora bisogno di gente così, ma la carta d’identità non perdona e loro hanno scelto di farsi da parte, lasciando spazio a chi ha più fiato e più gambe e non ha un fisico usurato da mille battaglie, dimostrando per l’ennesima volta, se ancora ce n’era bisogno, di essere dei veri professionisti. Senza di loro il campionato italiano non sarà lo stesso, non avrà lo stesso sapore, ma a noi va soltanto di ringraziarli, per quello che sono stati, per quello che ci hanno dato e per quello che ci hanno fatto provare.