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Ibrahimovic si racconta: «Futuro da allenatore? No. Se sei stato un giocatore di alto livello, non è la stessa cosa»

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Ibrahimovic svela a sorpresa: «Futuro da allenatore? No. Se sei stato un giocatore di alto livello, non è la stessa cosa». Le parole

Zlatan Ibrahimovic continua a far parlare di sé anche lontano dal campo. In un’intervista concessa a (Ne)uspjeh prvaka, il consulente strategico di RedBird ha voluto chiarire la natura del suo ruolo e la filosofia che sta cercando di trasmettere nel nuovo progetto rossonero. Con la consueta schiettezza, lo svedese ha sottolineato come la sua posizione sia direttamente collegata alla proprietà di Gerry Cardinale, più che all’organigramma tradizionale del club. Di seguito, tutte le sue dichiarazioni.

Su come si sente oggi«Tutto quello che ho vissuto da giocatore mi ha formato anche come uomo. Tutto ciò che ho imparato, che avevo intorno a me, la mentalità, le persone che mi circondavano, mi hanno reso quello che sono oggi. Vado avanti con quella mentalità, con quella disciplina. Tutto è il risultato di quello che ero da giocatori e degli obiettivi che ho sempre avuto, ho sempre cercato una mentalità vincente. Non è che non so perdere, ho perso e perderò ancora, ma non è nella mia natura. Devo vincere, voglio vincere e so come vincere. Questo sono io. Non posso fare le cose come una persona normale, cerco di essere sempre al top, non mi accontento di meno, non ce l’ho dentro, voglio essere diverso dagli altri e allora sono il migliore. La vedo così. Questo vale in tutto».

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Sull’Ibrahimovic calciatore e l’Ibrahimovic dirigente«Sono lo stesso, solo che ora guardo il calcio da un’altra prospettiva. Non avevo risposte prima, ora capisco perché non si poteva fare certe cose. Bisogna guardare tutto al completo, siamo un’azienda. Per portare i giocatori serve equilibrio, sponsor, televisioni, tifosi, vendere i diritti… Tutto questo lo sto imparando ora e sono più umile. Non sono offensivo, osservo. Poi, quando si parla di calcio, sono più diretto, capisco di cosa parlo, sono due mondi differenti».

Se lo vedremo mai a fare l’allenatore«No. Se sei stato un giocatore di alto livello, non è la stessa cosa… Allenare è un altro mondo, ti aiuta un po’, ma molti sbagliano. Pensano che siccome sono stati grandi giocatori allora saranno grandi allenatori. Io soffro perché non posso più giocare, aiutare i miei compagni, incidere, giocare e vincere. Mi sentivo vivo, entravo in campo e uno doveva vincere. Per me perdere era difficile, ma non siamo supereroi. Se non vincevo era come se non fossi vivo. La parte più difficile del mio lavoro è non poter aiutare giocatori, allenatori, tifosi, club. Sto imparando a farlo in un altro modo, ma è difficile perché ho vissuto quell’adrenalina per 25 anni. Sto migliorando, ma se un giocatore vuole allenare deve imparare e partire da zero. Il problema però è che non possono farlo, portano l’ego e iniziano già dal massimo livello. È l’errore più grande che si possa fare. Se inizi dal basso non ci sono le stesse conseguenze che iniziando dall’alto. Chi ti cercherà dopo guarderà i tuoi risultati. Dagli errori si impara, bisogna sbagliare. Io inizierei con i bambini. Se hai un nome ti scelgono i professionisti, ma poi sbagli e da lì tutti diventa difficile. Oggi nei grandi club non serve fare molto, tanti vedono il calcio come una scienza, ma basta mettere undici uomini, entrare nelle loro teste, motivarli. In quelli più piccoli è più necessario lavorare, ma troppi oggi cercano di cambiare il calcio, essere protagonisti. Gli attori principali sono i giocatori, alcuni tecnici pensano troppo, come se tutto fosse programmato. Il tecnico migliora con l’esperienza, la sua carriera non è come quella di un giocatore, c’è stress, momenti di catastrofe, ma è il risultato dell’esperienza che dimostra come sei intelligente e quanto lo sei. Tutti vogliono inventare il calcio».

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