Connettiti con noi

Hanno Detto

Baiocco: «Allegri sa leggere il gioco alla perfezione. Buffon? Anche io ho smesso a 42 anni…»

Pubblicato

su

Allegri

Davide Baiocco ha incrociato Max Allegri a Perugia, come calciatore: le dichiarazioni in esclusiva dell’ex Juve

Davide Baiocco ha vestito la maglia della Juventus per sei mesi nella stagione 2002/2003: 16 gare in bianconero, la Supercoppa Italiana contro il Parma vinta da titolare e l’addio lampo per andare alla Reggina. Oggi Davide Baiocco, con più di 500 presenze in carriera, non è più nel mondo del calcio per una sua precisa scelta. Un periodo di pausa, di riflessione, con idee chiare su quello che vorrà diventare. Baiocco ha un passato comune con Max Allegri: i due sono stati compagni di squadra nel Perugia dal 1994 al 1996 quando l’ex Juve, si divideva tra il campo e il servizio di leva obbligatorio. Ai microfoni di Juventusnews24, Baiocco racconta la sua esperienza, la sua visione del calcio, gli aneddoti su Allegri e Del Piero e il rapporto con Maresca e De Zerbi.

Partiamo dalla domanda più semplice: lei è uscito dal mondo del calcio? Decisione sua o dettata da alcuni eventi?

«Mi sento come un innamorato ferito, che poi si lascia e si riprende. Diciamo che stavo cercando qualcosa, probabilmente ci cui nemmeno io ero ancora a conoscenza. Nessuno arriva mai al suo massimo potenziale. Io ero un po’ limitato alla ricerca di un qualcosa che forse ancora non c’era, per questo tre anni e mezzo fa ho deciso di prendermi una pausa. Se è amore puro è così».

L’esperienza alla Juventus, durata sei mesi: cosa si è portato dietro di quell’annata? Io personalmente ricordo un suo aneddoto su Del Piero dopo lo Scudetto.

«Mi ha portato tante cose, questo dimostra che anche dietro qualcosa che apparentemente non è bello, anzi è negativo, c’è qualcosa da imparare. Legato alla situazione che stiamo vivendo, ci sono persone che ne usciranno fortificate e altre distrutte. Sta sempre a noi capire il valore anche di una cosa negativa. Alla Juve, aldilà delle esperienze che ho fatto – come la finale di Supercoppa Italiana da titolare, la Champions League, aver contribuito allo Scudetto – che non sono cose per tutti, sono cose che pochissime persone che possono dire di aver fatto. Dalla Juve mi porto dietro la mentalità. Ho parlato di Alessandro (Del Piero, ndr) non solo per il gesto che ha fatto ricordandosi di due persone come me ed Emiliano Moretti che eravamo andati via a gennaio, con un gesto di signorilità incredibile dicendo che anche noi eravamo contribuito allo Scudetto ma mi porto la mentalità dei campioni, di voler essere sempre ogni giorno migliore, nonostante quello che hai e la fama. Ti metti sempre in discussione, e questo me lo porto dietro in maniera importante. Mi hanno ispirato come spero di ispirare io altre persone facendo quello che è giusto fare, perché si può fare molto di più nel mondo e nel calcio».

Tra i pali c’era un giovane Gigi Buffon: sorpreso di vederlo ancora così tra i pali e con la voglia di giocare? Si vocifera che vorrebbe un ruolo da titolare in una squadra straniera che fa la Champions.

«Non ci vedo niente di male, è il campo che parla. Io ho smesso a 42 che correvo come e più degli altri, quindi non c’è un’età. Il campo non è fatto solo di fisico, ma di tante cose e soprattutto di risultati e di quanto puoi essere utile a quella causa. Ci sono tanti modi di fare la guida e per ottenere i risultati. Rispetto a 20 anni fa Gigi ha sicuramente un’altra testa, come è diversa la mia rispetto a quando avevo 22 anni quando sicuramente potevo dare di più sotto il profilo mentale. Gli auguro il meglio, sono contento per lui e sono sicuro che troverà quello che cerca».

Restando su quella Juventus, c’era anche Antonio Conte. Sorpreso dal suo addio all’Inter. Pensa che possa davvero andare al Real Madrid?

«Il calcio per alcune cose è molto legato ai soldi, certe dinamiche non si conoscono benissimo e non so i motivi legati a questo addio. Purtroppo, è sempre più frequente vedere degli addii, una cosa che mi è piaciuta sempre poco. A me piace la storia del Manchester United e di Ferguson, negli anni si sono amati e reinventati, ottenendo risultati. Quando c’è una storia d’amore importante, ogni giorno devi lavorare per coltivarla al meglio. Nel calcio devi capire perché si cambia, a volte riesce difficile. Non so perché sia successo. Problemi economici? Hai vinto il campionato… differenze di vedute?».

A proposito di addi, la Juve ha esonerato Pirlo dopo la prima stagione da allenatore. Decisione giusta?

«Non mi piace mai giudicare senza grandi riferimenti, ho grande rispetto per il lavoro altrui. Per giudicare Pirlo avrei dovuto parlare con lui, vedere come lavora o come pensava di far giocare la squadra. Penso che dipenda tutto dalle aspettative. Se ti aspettavi di vincere tutto, allora ci sta che puoi rimanere deluso. Per me la sua stagione non è da buttare. Il Bayern Monaco cambiò Heynckes che aveva vinto tutto per prendere Guardiola perché voleva cambiare identità di gioco, voleva qualcosa di differente. Non c’è nulla di scontato. Se avessero preso Pirlo per vincere la Champions League, allora ci sta, giudichi il risultato. Io penso invece che gli allenatori debbano valorizzare i giocatori, ottenere risultati, creare gli uomini, io penso non debba essere tutto legato ai risultati, mi sembra tutto limitativo. La mentalità del calcio a volte non aiuta».

Alla Juve è tornato Allegri, suo ex compagno a Perugia. Ci racconta l’Allegri giocatore? Cosa ne pensa del ritorno sulla panchina della Vecchia Signora?

«Per quanto riguarda Allegri, i risultati parlano per lui. Non l’ho mai visto lavorare sul campo. Lo conosco come giocatore, aveva una grandissima intelligenza calcistica e fare l’allenatore per lui è anche più facile perché vedeva prima la giocata, legge il gioco prima come faceva da giocatore, probabilmente. Quando uno cambia cerca sempre di farlo in meglio ma questa cosa di non lasciare lavorare le persone, di volere tutto e subito, non è che mi piace tanto. Io c’ho messo 17 anni per diventare giocatore di Serie A, mi sono fatto un mazzo tanto e credo veramente poco a quelli che vogliono tutto e subito. Se cambi un allenatore come Andrea, alla prima esperienza che non ha mai allenato, con tanti calciatori che sono stati suoi compagni, quindi si aggiunge anche la componente emotiva, non solo quella tecnico-tattica. Se pensi che in 6 mesi trasformi una squadra e ottieni risultati… molto molto difficile. Se chiedi ad un imprenditore quando avrà profitto dei suoi investimenti e ti dice 3-5 anni, ti avrà detto una stupidaggine. Arriva uno deve gestire 25 giocatori che non conosce, 25 teste, deve ottenere risultati… si dovrebbe dare un po’ più di tempo alle persone per vedere quanto valgono. Prendiamo ad esempio i giovani: nessuno vuole investirci e dare del tempo. La Juve negli anni ha investito tanto ma le difficoltà più grandi sono le competenze umane e darsi i tempi giusti. Guarda ad esempio il Barcellona, ha impiegato 20 anni per costruire la “Cantera”. Pensare che in due anni il settore giovanile ti sforni campioni per poi venderli e sfruttarli come serbatoio economico per la crisi economica che c’è… ok, giusto. Ma questo è un progetto che devi valutarlo a lunga scadenza».

Le chiedo un veloce ritratto su tre suoi ex compagni di squadra: Rino Gattuso, Roberto De Zerbi e Enzo Maresca.

«Enzo e Roberto si assomigliano tanto. Con Roberto De Zerbi ho parlato un po’ più di calcio, ci ho giocato più tempo insieme rispetto a Maresca con il quale si è instaurato un bel rapporto e sicuramente andrò a vedere come lavora a Parma. Gli auguro il meglio del meglio. L’esperienza che ha fatto in giro per l’Europa, in Spagna, in Inghilterra, la vicinanza a Guardiola sicuramente gli ha dato tanto. Poi lui come Allegri, le capacità che aveva in campo, di lettura del calcio, lo aiuteranno. Uguale De Zerbi. Rino Gattuso viene dipinto sempre come uno sanguigno, che lotta, ma quello che sta facendo da allenatore dimostra che le sue qualità sono anche altre, una grande conoscenza calcistica, lettura delle situazioni, intelligenza. Sono tre ragazzi che stanno dimostrando il loro valore. L’unico ho visto lavorare e con cui mi sono confrontato è De Zerbi, molto vicino alla mia idea di calcio. Quando aveva iniziato al Darfo Boario mi voleva con sé ma io avevo già dato la mia parola all’Alessandria. Mi piace molto. Sicuramente hanno ottenuto risultati importanti. Gli auguro il meglio, il calcio ha bisogno di idee nuove, di un calcio propositivo, proattivo, senza scordare quello che abbiamo di buono ma capendo che siamo in continua evoluzione. De Zerbi, Maresca e Gattuso sono arrivati dove sono arrivati facendo vedere qualcosa di più del classico calcio conservativo, prima penso a non prenderle e poi a non darle. Il calcio propositivo a me piace di più ma ci sono tanti modi per ottenere le cose nella vita. Sono scelte, non dico che non si ottengono risultati, si possono ottenere in tanti modi, basta scegliere. Maresca e De Zerbi sono sicuramente sulla falsariga di Guardiola ma anche Rino va su questo filone».

Cosa ne pensa del progetto Superlega? Si è fatto un’opinione?

«Non la capisco benissimo, non ne capisco la funzionalità. Perché lo fanno? Alla fine, i soldi nel calcio sono sempre di quei pochi magnati. I soldi da dove arrivano? Dalle televisioni, dal marketing, dall’immagine. Alla fine, sappiamo come funziona per i diritti televisivi, i grandi club prendono di più quindi non capisco il perché della Superlega. Bisognerebbe capire da chi la vuole fare una spiegazione logica. Non sono uno che mette in discussione le cose e dice no per partito preso, ma vorrei capire quali benefici dovrebbe portare questa Superlega»