Pulcini (responsabile sanitario Lazio): «La Asl ha fatto bene con il Napoli. Sul protocollo…» – ESCLUSIVA

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Ivo Pulcini, responsabile sanitario della Lazio, ha parlato in esclusiva ai nostri microfoni del Protocollo e delle modifiche da adottare

Ivo Pulcini, responsabile sanitario della Lazio, ha parlato in esclusiva ai microfoni di Calcionews24.com dell’innalzamento dei contagi da Coronavirus in Italia e dell’attuale Protocollo in vigore in Serie A.

Fino a due settimane fa si parlava di come tornare a riempire gli stadi mentre ora alcuni ipotizzano un nuovo stop al campionato. Cos’è cambiato in così poco tempo?

«Sono aumentati i contagi ma solo perchè sono aumentati i tamponi. Il 10% dei tamponi fatti random sono positivi. Quante persone che incontriamo per strada sono positive e non lo sappiamo? Eppure non si confinano. Facciamo un esempio banale: supponiamo che ripiombiamo tutti in un secondo lockdown. Dopo due mesi non esiste un positivo e riapriamo le porte, bastano che arrivino 10 positivi dall’estero e ricominciamo da capo. Ma possiamo andare avanti all’infinito così? Creando seri problemi non solo economici ma anche mentali. Secondo me tutto dovrebbe essere fatto con ragionevolezza. Il Napoli è stato giustamente bloccato dalla ASL, perchè nel protocollo c’è scritto quello. Abbiamo dato la possibilità all’autorità locale di decidere. Se nel protocollo si stabilisse un’autorità superiore, che deve essere l’unica referente di come applicare correttamente il protocollo per salvaguardare la salute dei calciatori e non solo, a questo punto il Napoli non rischierebbe di non partire, perchè l’ultima parola spetterebbe all’autorità superiore. Se mandiamo a giocare 13 giocatori negativi che sono sicuramente di valore minore rispetto ai positivi, si rischia di falsare tutto. Non c’è il confronto, la lealtà o il valore sportivo. Muore il calcio».

Quindi lei non è d’accordo a dare l’ultima parola alle Asl locali

«Esatto. Loro ce l’hanno e nessuno glielo toglie ma se continuano ad avere questo potere possono continuare a bloccare il campionato a loro discrezione. Se invece ci fosse un’autorità super partes d’accordo con Uefa, Serie A e i medici sarebbe meglio. Se ci fossi stato io avrei detto di andare a giocare dopo i tamponi tutti negativi e non avrei bloccato l’intera squadra per due positivi».

Lei ha un’idea di chi potrebbe essere l’autorità superiore?

«Deve essere o uno o due tre specialisti. Un virologo, un clinico e un patologo in modo tale da lavorare di squadra. Se si lavora in questo modo, concordandolo con tutti, si fa una famiglia che ragionano di squadra. Io dò la mia disponibilità e rispondo delle azioni che faccio ma intanto la vita continua e non si verifica il pessimismo o il panico tra le persone che ormai non credono neanche più in quello che diciamo».

Immagina altre modifiche per l’attuale Protocollo oltre l’inserimento di un’autorità superiore?

«Ce n’è un’altra da fare. Nell’antidoping c’è un controllo della WADA che mandano delle persone per fare i controlli e sono loro che danno la possibilità di un contro-controllo in caso di positività. Altrettanto bisognerebbe fare, cioè un terzo soggetto indipendente valido per tutte le squadre d’Italia che fa i controlli allo stesso modo per tutti. In modo che siamo più tutelati e quelli positivi che vengono da me li posso controllare per bene. Quando io vengo a contatto con un positivo e sono positivo asintomatico ma non ho niente, che danno mi ha fatto? Nulla, anzi è stato un bene perchè diventa immunità di gregge».

Non è d’accordo quindi, secondo l’attuale Protocollo, di mandare l’intero gruppo squadra in quarantena quando c’è un soggetto positivo

«Assolutamente no. Fin dall’inizio lo sostengo, è assolutamente ridicolo. Io rispetto le leggi italiane ma rispetto anche il codice deontologico dell’ordine dei medici. Io non posso curare contro la propria volontà un malato. Mi deve dare il suo consenso. Allo stesso modo non posso considerare un malato un soggetto sano, solo perchè ha il tampone positivo? Ma siamo matti? Il tampone non è infallibile».

Lei ha detto che il tampone è un esame troppo invasivo per diagnosticare la positività di un soggetto, ma esistono altri metodi adatti per riscontrare eventuali positività?

«Questa è la bellezza del Comitato tecnico-scientifico del quale ho la massima stima e rispetto. È il Cts che deve indicare a me medico la strada ottimale per non traumatizzare il soggetto, per avere il prima possibile e in maniera attendibile l’esito. Fare i tamponi ogni 48 ore, se lo fanno bene mi sfondano il naso, mi creano dei problemi anche fastidiosi. Sembro un malato che ogni volta si deve controllare. Non si può ripetere per sempre questa cosa, deve finire primo o poi»

Lei si è dato una spiegazione del focolaio che è esploso in casa Genoa?

«Sinceramente non lo so. Se è stato fatto un controllo di tamponi, lontano da me da accusare qualcuno, vuol dire che il tampone non è stato fatto correttamente. Oppure il reattivo/reagente era scaduto o insufficiente. Ci potrebbe essere un problema tecnico. Ecco perchè ci vuole soggetto terzo come dicevo prima».

All’estero il numero di nuovi contagiati sono molto superiori ai nostri eppure i campionati proseguono senza grosse polemiche. Qual è la differenza con l’Italia?

«La differenza è che loro i tamponi non li fanno a stretto giro come i nostri ma li fanno, credo, ogni 10 giorni. Quindi hanno un regolamento diverso. Se trovano un positivo lo isolano, se è asintomatico lo isolano solo per otto giorni e al nono lo rimandano in campo. Non aspettano la quarantena».

Può essere un esempio da seguire anche qui?

«Ni. C’è sempre una via di mezzo. Se vogliamo trovarla anziché fare i tamponi ogni 10 giorni o ogni 4 li facciamo ogni 6. In modo tale da contenere i costi e i fastidi. Ho fatto fare oltre 2000 tamponi, grazie a dio tutti negativi, ma forse se li avessimo fatti ogni 6 giorni sarebbe stato meglio»

Lasciando l’ambito sportivo, in Italia c’è un panico diffuso per l’innalzamento dei contagi da Coronavirus. Dal punto di vista di cittadino è preoccupato? Mentre dal punto di vista di medico come si spiega questa crescita esponenziale?

«Come cittadino sono molto ottimista. Come tutte le pandemie passate si sono poi risolte, possono durare un certo periodo ma poi devono necessariamente finire. Come medico, premesso che rispetto e faccio rispettare tutte le regole statali e locali, dico che non sono aumentati i contagi. Qui si confonde malattia, contagio, infetto, guarito. C’è una terminologia un po’ confusa. Le persone non devono essere vittime di un procurato allarme, bisogna dire le cose in un modo corretto».

Prego…

«Il 95% dei tamponi positivi sono tutti asintomatici. Tutta questa paura è ingiustificata. Seconda cosa, il tampone non è un medico. Se il tampone trova un soggetto positivo e viene messo in quarantena senza essere visitato da nessuno, abbiamo creato un malato di una malattia che non c’è e questo malato perde la sua vita sociale, si deprime. I danni sono più gravi dei vantaggi. Prima di etichettare un positivo come un soggetto pericoloso, ci vuole il clinico che lo visita. Quando un positivo si negativizza bisogna rifare tutto il ciclo di visite secondo il Protocollo. Io vi posso garantire che, visto che conservo per le legge tutti i dati che raccolgo da ogni singolo atleta, facendo il confronto li trovo addirittura migliorati. Dopo aver avuto il tampone positivo non solo non trovo nessun difetto ma trovo addirittura un miglioramento dell’apparato cardiovascolare e respiratorio. Non posso allarmare le persone. Se una persona è malata non me lo può dire il tampone o la televisione ma solo chi ha legittimamente il potere di farlo, ossia il medico. Io sono rispettoso della legge e dei protocolli, ma dico la mia opinione: c’è bisogno di molta più chiarezza e serve che venga restituito al medico il suo ruolo istituzionale per il quale ha studiato una vita».