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Ritorni tattici: la Serie A 2025-26 sta riscoprendo il passato
La Serie A 2025-26 non sta mostrando tanto cambiamento e innovazione quanto una rilettura. Guardando le partite di oggi, infatti, si ha la sensazione che molte delle soluzioni tattiche tornate in voga richiamino un passato quasi sempre nostrano. Pressing organizzato, marcature aggressive, sistemi ibridi che cambiano volto dentro la stessa gara: per chi se ne intende, non sono novità assolute, ma idee che il calcio italiano ha già conosciuto, abbandonato e ora rimesso al centro con atleti e principi diversi.
Non è questione di nostalgia o di ritorni romantici agli anni Ottanta o Novanta. Semmai, può esser letta come una fase di maturazione, in cui il campionato italiano non lavora più solo come gestore dell’esistente. In campo e in spogliatoio si torna a valorizzare la figura del tecnico come autore di un sistema strategico, originale e riconoscibile. I numeri, la storia e i riconoscimenti istituzionali raccontano che questa centralità non è mai scomparsa davvero, ma è stata ciclicamente rimossa e riscoperta.
Questa diversa centratura del campionato emerge anche osservando le quote Serie A, che non consegnano un dominatore netto stagionale e sul lungo periodo; piuttosto mostrano Napoli e Inter come principali contendenti, con Milan e Juventus ancora in piena corsa e Roma non esclusa dalla lotta per il titolo. Emerge quindi una sorta di equilibrio competitivo più che una supremazia tecnica schiacciante.
Dal catenaccio al sistema: l’allenatore torna al centro
Tra anni Ottanta e Novanta l’allenatore italiano era un equilibratore. Doveva gestire lo spogliatoio, limitare i danni, adattarsi ai campioni, come facevano Fabio Capello o Marcello Lippi. Essi rispecchiano appieno questo passaggio storico, in cui si affermano rigore e organizzazione, ma anche capacità di costruire squadre vincenti senza imporre un’ideologia unica. Prima ancora, Arrigo Sacchi aveva rotto lo schema, dimostrando che il sistema poteva contare più dei nomi, e che il pressing alto non era un’eresia in Italia.
E questo modo di allenare, torna a farsi sentire in queste ultime stagioni. Inzaghi, Conte o Allegri vengono giudicati sempre meno per il “come gestiscono” e sempre più per ciò che progettano. Non è un caso che molti degli allenatori più vincenti della storia della Serie A siano ricordati per un’impronta tattica riconoscibile, una sorta di firma del pittore.
Il caso Gasperini
Gian Piero Gasperini rappresenta un caso raro nella storia del calcio italiano recente. Non perché legato a una singola stagione o a una piazza specifica, ma perché ha costruito un sistema esportabile, nato in provincia e diventato modello. La sua Atalanta ha dimostrato che un’idea radicale può durare nel tempo, adattarsi agli interpreti e competere ai massimi livelli senza snaturarsi
Storicamente, quando un sistema forte arriva in una grande piazza, il rischio non è il risultato immediato ma il compromesso. È successo con Sacchi, è successo con Zeman, ed è il nodo che il calcio italiano ha sempre dovuto affrontare: quanto una grande società è disposta a piegarsi a un’idea, invece di chiedere all’idea di piegarsi alla tradizione?
Spalletti e il ritorno dell’allenatore-autore
Luciano Spalletti è, forse, il simbolo più evidente del ritorno dell’allenatore-autore. Nel corso della sua carriera ha cambiato più volte identità tattica, adattando il gioco ai contesti senza rinunciare a una firma riconoscibile. I suoi numeri raccontano una continuità rara ed encomiabile, visto che ha superato quota mille punti in Serie A nell’era dei tre punti, un traguardo raggiunto solo da pochissimi tecnici
La Serie A 2025-26 sembra tornare a fidarsi di figure capaci di lasciare un segno, più che di profili puramente aziendali. Non è un ritorno al passato nostalgico, tipica di quando “mancano” buone idee, bensì la conferma che il calcio italiano funziona bene quando riconosce valore alla competenza, allo studio e alla visione.