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Sebastiano Rossi: «Baresi? Non faccio altro che pensare a lui. Non c’è più. L’ho anche sognato…»

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Sebastiano Rossi

Sebastiano Rossi ricorda Baresi: «Non faccio altro che pensare a lui. Non c’è più. L’ho anche sognato e mi ha detto che doveva andare»

Sebastiano Rossi non ha trattenuto la commozione di fronte alla scomparsa di Franco Baresi, il suo Capitano, il simbolo di un Milan che ha segnato un’epoca. L’ex portiere rossonero, protagonista di tanti trionfi accanto al numero 6, ha affidato alla Gazzetta dello Sport il suo ricordo, un tributo carico di affetto e gratitudine verso una figura che ha rappresentato molto più di un semplice compagno di squadra.

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PAROLE «Sto male, malissimo. Mi ha chiamato una radio e ho dovuto interrompere perché mi sono messo a piangere. Franco non c’è più, mi sembra impossibile, non faccio altro che pensare a lui. Non c’è più. L’ho sognato. Ho sognato che eravamo in campo e ridevamo. Poi mi ha sorriso e mi ha detto: ‘Ciao Seba, io devo andare‘. Mi sono svegliato e mi sono messo a piangere»

RICORDI DI BARESI «Un mio caro e fraterno amico. Il mio maestro, una persona di cuore, mi è stato vicino, era un idolo, un esempio. Il Capitano, il grande Capitano Franco. Sembrano parole retoriche ma, credimi, è così. Lui era il cuore del Milan. Umile, dolce, attento, trasmetteva serenità. Aveva sempre il sorriso, non l’ho mai visto senza. Sdrammatizzava tutto. A volte non riuscivi a capire, sembrava freddo e distaccato. Invece semplificava le cose difficili. Non alzava mai la voce. Bastava uno sguardo, un’occhiata. Non ha mai urlato, se non per chiamare e sistemare qualche posizione. Ma non c’era bisogno, avevamo tutti il pilota automatico»

«Con lui eravamo in una botte di ferro, di più: eravamo blindati. Lui era qualcosa di enorme, di superiore. Era un gigante. Adesso che non c’è più, che il tempo è passato, rivedo quei momenti e mi chiedo: ma come faceva a fare quelle cose? Era incredibile, gli ho visto fare certi recuperi che non si vedono nemmeno alla Playstation. Franco era nato per il calcio e dentro un campo di calcio. Non si arrabbiava mai. Non abbiamo mai litigato. Anzi, mi ha insegnato una cosa fondamentale. Io ero un po’ aggressivo con gli attaccanti. E lui mi diceva: ‘Seba, piano, rallenta, a volte fermati’. Aveva ragione: grazie ai suoi suggerimenti sono migliorato e ho fatto parate incredibili»

INCONTRO «L’ho incontrato la prima volta quando giocavo a Cesena. La mia prima partita contro il Milan è finita 0-0. La ricordo bene, era il 1987, eravamo in settembre, la terza giornata. La ricordo perché nel Milan c’era polemica fra Sacchi e Van Basten. Arrigo l’aveva mandato in panchina. Marco è entrato nel secondo tempo e non ha segnato. Nel campionato successivo abbiamo vinto 1-0 con un goal dello svedese Holmqvist. Entrando negli spogliatoi Baresi mi ha detto: ‘Bravo’»

RETROSCENA – «Ero il secondo di Andrea Pazzagli e Sacchi mi ha fatto debuttare nel derby. Il massimo. Abbiamo vinto 1-0, goal di Van Basten. Ho giocato le ultime 9 partite e perso solo contro il Bari. Ero molto giù, io non volevo mai perdere. Franco mi disse: ‘Stai tranquillo, ne vincerai tante. Noi siamo il Milan’. Franco aveva la sua parola d’ordine: mai mollare. Soprattutto quando si vince. Giocavamo sempre per vincere, io per non prendere goal, anche a Milanello. Non c’era seduta in cui uno di noi non uscisse con un’ammaccatura o un taglio: funzionava così ed era bellissimo. In allenamento Franco era il primo ad arrivare e andava giù deciso e duro. Io le prendevo, ma ero contento. Mi sono sempre impegnato e divertito, anche quando andavo in panchina. Franco non l’ho mai visto scontrarsi. Né con i compagni, né con gli avversari. Al massino discuteva perché si lamentavano per il suo braccio alzato. Lui sorrideva: ‘E cosa faccio? Non posso tagliarmelo’».

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