Benito Carbone: «Mi sento un figlio del Filadelfia, Fantinuoli e Vatta due maestri al Torino. In Italia abbiamo tanti giocatori forti, ma arrivati all'U21 si fermano» - ESCLUSIVA VIDEO
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Benito Carbone: «Mi sento un figlio del Filadelfia, Fantinuoli e Vatta due maestri al Torino. In Italia abbiamo tanti giocatori forti, ma arrivati all’U21 si fermano» – ESCLUSIVA VIDEO

L’ex calciatore di Torino, Napoli e Inter ed ex allenatore dell’Inter Primavera, Benito Carbone, si è raccontato in esclusiva ai nostri microfoni

Intervistato in esclusiva da CalcioNews24, Benito Carbone, ex calciatore di Torino, Napoli, Inter e protagonista di diverse esperienze in Premier League, si è raccontato a 360° raccontandoci le differenze tra il calcio inglese e quello italiano e quella che è la sua visione del gioco anche da allenatore.

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Partirei con te proprio dagli inizi della tua carriera. Tu nasci a Bagnara Calabra e ti trasferisci poi molto giovane a Torino per iniziare il percorso nel settore giovanile granata. Che ricordi hai di quel periodo trascorso sotto l’ala di importanti personaggi come Sala e Vatta e, soprattutto, per un giovane come te che significato aveva il Filadelfia?

«Tocchiamo un momento molto importante della mia carriera e della mia vita soprattutto, perché io parto a 11 anni da Bagnara Calabra e vado a 1200 chilometri di distanza per andare a fare questa avventura. Il Torino mi scelse quando feci praticamente un torneo a Torino. C’erano Toro, Juve, Pino Maina e la Scillese. La Scillese è una squadra praticamente vicino a casa mia che mi ha chiesto in prestito per andare a fare questo torneo. Lì mi vede il Torino, mi prende e mi porta su, dandomi la possibilità comunque di abitare a casa di mia sorella. Quindi, in tutta la nostra vita, mia sorella è stata praticamente come una seconda madre nel seguirmi tutti quegli anni che ho fatto questa trafila al Toro.

E quando si parla del Toro si parla di una tappa importante, perché sono cresciuto come uomo, sono cresciuto come calciatore e quei ricordi sono veramente ricordi indelebili. Quando si parla del Filadelfia io mi sento un figlio del Filadelfia. Quindi ricordi di grandi personaggi, ricordi di grandi allenatori come hai citato tu, mister Vatta e Claudio Sala. Ancora prima di Vatta c’era Fantinuoli, con cui avevamo fatto il settore giovanile sia a Vittoria Ivest sia con gli Allievi Nazionali del Torino. Io poi ho bruciato le tappe perché non ho fatto l’anno degli Allievi, mister Vatta mi ha fatto salire subito in Primavera. Il primo anno di Primavera ho fatto anche l’esordio in Serie A a 17 anni. Quindi ti dico: ricordi che rimangono ben saldi nella mia mente e nel mio cuore».

In quel periodo il settore giovanile del Torino era una fucina di talenti. Quanto quegli insegnamenti e quegli allenatori hanno inciso poi sulla tua crescita e sulla tua formazione come calciatore?

«Direi tantissimo. Quando tu parti per fare un’esperienza del genere sei uno dei tanti, probabilmente con delle qualità tecniche, con delle qualità che vedono e che possono migliorare. Ma credo che il fatto che io abbia avuto tante persone, non solo allenatori, così importanti nella mia vita sia stato fondamentale. Ti dico Fantinuoli perché comunque è stato il primo allenatore che ho avuto al Torino ed è stato fondamentale nel mio proseguo. Poi ti dico Sergio Vatta, che per me è stato veramente un maestro, un maestro in tutto e per tutto. Mi ha fatto crescere soprattutto come uomo. Le qualità del giocatore si conoscevano, si vedevano perché, come ti ho detto prima, ho bruciato le tappe. Mi ricordo bene che la mia passione era così tanta che mi portava proprio a non sentire i cosiddetti sacrifici che si stavano facendo. Perché quando uno fa la cosa che gli piace non sono mai sacrifici e quando uno la fa con passione non li sente tali. Quindi ti dico che sono state veramente persone importanti, in primis, e poi come allenatori assolutamente sì. Allenatori che mi hanno portato a migliorarmi».

Hai intrapreso, una volta terminata la carriera agonistica, il percorso da allenatore. È cambiata la tua visione del calcio, oppure sei sempre stato lo stesso? Hai avuto sempre la stessa attitudine sia in un senso che nell’altro?

«Deve cambiare, perché sono due cose distinte e separate. Fare il giocatore è una cosa, fare l’allenatore è un’altra. Fare il giocatore significa chiaramente mettere passione, qualità tecniche, voglia e fame di arrivare, perché hai un percorso da fare. Devi cercare comunque di dare il massimo nella dedizione al lavoro e tutto il resto e lo fai solo per due ore al giorno. Fare l’allenatore significa che tu intanto la senti più tua, è una tua creatura, perché metti in campo le tue idee, la tua passione, il fatto di poter approcciarti con dei ragazzi e cercare di entrare nella loro testa, perché ognuno di loro ha una testa diversa. Cerchi comunque di migliorarli in primis come uomini, perché sono ragazzi che devono fare un percorso. Non ci sono sempre ragazzi predisposti a fare questo tipo di lavoro. Ci sono ragazzi anche con delle problematiche che devi portare a migliorare e devi fargli capire cosa significa fare il professionista. Fare l’allenatore di prima squadra è già molto difficile. Fare l’allenatore del settore giovanile lo è ancora di più, perché secondo me hai la responsabilità di formare l’uomo e di formare anche il ragazzo e cercare di migliorarlo. Sono due cose distinte e separate. Io ho fatto il percorso inverso, perché ho iniziato subito con le prime squadre e mi porto dietro praticamente l’esperienza che ho vissuto nelle prime squadre. Ho cercato di trasmettere a loro anche cosa significa poi arrivare in prima squadra.»

Riaprendo una pagina importantissima della tua carriera da calciatore, hai avuto una parentesi molto fortunata in Premier League. Hai giocato con tante squadre, con lo Sheffield, con l’Aston Villa, solo per citarne due, e anche al Middlesbrough. Hai avuto la fortuna di vivere negli anni Novanta sia la Serie A che la Premier League. Che differenza hai notato negli allenamenti e nella preparazione fra i due diversi campionati?

«Io giocavo contro Cannavaro, io giocavo contro Nesta. All’epoca l’Inghilterra ancora non era così evoluta. Avevamo due o tre squadre, e parlo delle grandi squadre tipo il Manchester United, piuttosto che l’Arsenal, piuttosto che il Liverpool, che avevano magari degli allenatori internazionali e di conseguenza avevano un calcio diverso da tutte le altre squadre. Era un calcio molto basato sulla fisicità e sul fatto che comunque loro mettessero tanta intensità, tanta aggressività, palla lunga e giocare sulla seconda palla. La maggior parte delle squadre all’epoca giocava così. Invece negli anni, con il fatto che comunque siano arrivati gli allenatori internazionali quasi in tutte le squadre, chiaramente la Premier si è evoluta tantissimo.

Le squadre adesso non giocano tutte allo stesso modo. Non c’è più una squadra che butta via la palla, quindi provano tutti quanti a giocare. Ma se vai anche nella Championship, nella Ligue 1 o nella Ligue 2, tu vai a vedere sempre lo stesso tipo di filosofia o di concetto, perché hanno portato a migliorarsi in questo senso. Qui, all’epoca, invece, la nostra Serie A era la più importante di tutti, perché comunque i grandi giocatori all’epoca giocavano da noi. C’erano grandi qualità. Io ero in mezzo: mi hanno fatto un sandwich Baggio, Zola e Mancini e sotto di me c’erano Totti e Del Piero che crescevano. Io ero proprio in mezzo e quindi mi hanno fatto un sandwich e mi hanno mangiato. Però quello che ti voglio dire è che all’epoca la Serie A era il top. E ti ripeto, era una battuta ma non tanto una battuta: quando io giocavo in Serie A giocavo contro Nesta, contro Maldini, contro Baresi, contro Cannavaro, contro Thuram, voglio dire.

Quando sono andato in Inghilterra giocavo contro Campbell, contro Adams, contro giocatori veramente forti. Ma la cultura dell’intensità, dell’aggressività, della cattiveria agonistica che mettono in campo gli inglesi è da sempre. È la loro cultura. Crescono così, perché comunque si sono sempre allenati sugli spazi ampi e hanno messo in campo sempre questa voglia, questa cattiveria agonistica, questa aggressività, questa grande intensità che comunque li portava sempre a dare il 110%. Poi facevano una vita completamente diversa dalla nostra, ma non gli potevi mai puntare il dito addosso per dirgli che non davano il massimo».

La tua esperienza in Premier molto fortunata, sei stato un grande protagonista in quegli anni. Mi porta, se mi permetti, a lanciarti una provocazione, perché mi interessa molto il tuo parere. Sei stato un calciatore con determinate caratteristiche tecniche, ma anche fisiche, un baricentro basso, simile a Zola, un altro che ha fatto benissimo in Inghilterra. Nel calcio di oggi, dove la Premier probabilmente è l’emblema principale di un calcio più fisico e meno attento alla qualità dei singoli, un calciatore con le tue caratteristiche sarebbe riuscito ad emergere nello stesso modo?

«Oggi ancora di più. Ma io non parlo di Benny Carbone, parlo anche di Morfeo. C’erano tanti giocatori che oggi farebbero la differenza, assolutamente. Ma non pensiamo, io non credo che stiamo confondendo il fatto che continuiamo a dire, continuiamo a leggere, continuiamo a vedere dei commenti anche sui social che noi non abbiamo dei giocatori forti in Italia. Noi abbiamo dei giocatori forti in Italia. Se tu vai a vedere tutte le Nazionali di settore giovanile nostro, dalla Under 16 alla Under 21, loro vincono dappertutto. Poi arrivano alla Under 21 e si fermano, perché poi dopo la Under 21, se tu vai a vedere la Under 21, non ci sono giocatori o pochi giocatori che giocano nelle prime squadre. Quindi il più grande problema che noi, secondo me e per come io vedo le cose, è che noi abbiamo poco coraggio di far giocare i giovani. È quello che ci manca rispetto a tutti gli altri Paesi, quindi la Germania, il Belgio, la Spagna, l’Inghilterra. I 2008 e i 2009 da loro giocavano già in Champions League e da noi praticamente ancora giocavano in Primavera.

Capisci che cosa ti voglio dire? Però i giocatori forti noi ce li abbiamo. Il lavoro nel settore giovanile c’è, esiste, perché è da tanti anni ormai che lavoriamo bene. I talenti ci sono. Dobbiamo avere il coraggio un po’ tutti quanti di buttarli dentro. Ma è quello che sta facendo Chivu da due anni, perché Chivu ha passato questa fase del settore giovanile, lui capisce cosa significa. Il giovane bravo non deve andare a giocare da un’altra parte. Il giovane bravo deve giocare da noi con la maglia nerazzurra, perché ti ripeto che il senso di appartenenza non si va a comprare da nessuna parte e quindi questo ti porta a dare in campo molto di più. I giocatori bravi, i giocatori forti devono giocare nelle proprie squadre, crescendo nel settore giovanile. Io non vedo altre problematiche in Italia. Non è che noi non siamo andati negli ultimi tre Mondiali perché non avevamo i giocatori. Non è quello».

Questo messaggio è chiarissimo e lo condivido e sposo in pieno, quello che tu stai lanciando. Possiamo anche estenderlo ai tanti giovani che magari non hanno una struttura fisica predominante, ma hanno tantissime qualità tecniche che si vedono magari catapultate in un calcio che oggi punta molto su quello. Se tu dovessi parlare con uno di loro, con dieci di loro, con cento di loro, quale messaggio gli trasmetteresti per dargli forza, per incoraggiarli nel voler comunque proseguire nella loro carriera?

«Loro, per fare questo mestiere qui, io gli dicevo sempre, credo tutti i giorni, di metterci la passione, di metterci la fame, la voglia di crearsi un obiettivo, di arrivare praticamente ad alti livelli e di lavorare giorno dopo giorno. La dedizione al lavoro è quella che ti fa migliorare. Questi ragazzi qui che tutti dicono che sono solo bravi tecnicamente non è vero, perché c’è la possibilità oggi, con tutte le strutture che si hanno in Italia e in Europa, che si migliorino anche fisicamente. Noi in questi due anni abbiamo visto che con il tempo, con i nostri preparatori atletici che sono tutti quanti all’altezza, ho avuto Corti, che è un grandissimo e farà una strada, un futuro importante. Ti dico che ho visto dei miglioramenti a livello fisico. Lo vedevo nei test, perché noi facevamo dei test ogni tre mesi. Ogni tre mesi prendevamo a fare dei test fisici e si vedeva che loro miglioravano continuamente sulla forza .Quindi, se si fa una programmazione individuale anche per ogni tipo di allenamento, per ogni singolo giocatore, anche in base a quello che va a fare uno, è chiaro che migliora col tempo. Non ci si può soffermare solo sul fatto che uno è bravo tecnicamente e non è forte fisicamente. Lo può diventare, fisicamente lo può diventare. Cristiano Ronaldo si è formato per come è diventato. Aveva delle qualità, ma lui con il lavoro è diventato il numero uno al mondo».

Ripercorrendo la tua carriera da calciatore ma anche da allenatore, ripensando a quel bambino che partì dalla Calabria per arrivare a Torino, quale momento della tua carriera definisce e rappresenta meglio come persona, come uomo, come calciatore, come allenatore Benito Carbone nella sua essenza?

«Il top l’ho toccato quando ho giocato all’Inter come giocatore. Se tornassi indietro non sarei mai andato via dall’Inter in quel periodo lì, perché io l’ho sempre detto in tutte le interviste. Quindi quel momento lì per me è diventato il momento più bello della mia carriera, perché giocavo per una delle più grandi squadre d’Europa e in più ero tifoso dell’Inter. Tifoso di famiglia, dei miei fratelli, di mio padre, che purtroppo non mi ha visto giocare con la maglia dell’Inter. Quindi potevo immaginare quanto lui potesse essere fiero di me vedendomi indossare quella maglia. Quindi ti dico che quel momento lì sicuramente è stato il momento più magico della mia carriera .Poi ci sono anche tanti altri momenti importanti. Quando sono andato a Sheffield per tre anni ho passato degli anni meravigliosi. Al Parma, quando sono tornato e ho giocato al Parma, che non lo cita mai nessuno, è stato un anno importante. Perché noi a Parma abbiamo fatto dei risultati impensabili. Abbiamo vissuto il crack Parma quell’anno e siamo arrivati a giocarci la semifinale, cioè siamo arrivati a giocarci la Champions contro l’Inter in casa. Ci sono dei momenti che ti rimangono indelebili».

QUI L’INTERVISTA INTEGRALE A BENITO CARBONE

SI RINGRAZIA BENITO CARBONE PER LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA IN QUESTA INTERVISTA

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