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Chiarugi svela: «Mai avuto alcun rapporto con Liedholm, ero depresso! Rocco fu la mia salvezza». Poi l’aneddoto su Rivera

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Chiarugi

L’ex calciatore di Milan e Fiorentina, Luciano Chiarugi, racconta alcuni aneddoti della propria carriera comprese le frizioni con Liedholm

Quando giocava, Luciano Chiarugi dribblava i difensori sulla fascia sinistra con la stessa imprevedibilità che gli valse il soprannome di “Cavallo Pazzo”. Oggi, sfogliando l’album dei ricordi sulle pagine de La Gazzetta dello Sport, racconta una carriera importante, tra Fiorentina e Milan.

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L’ORIGINE DEL SOPRANNOME – «Fu merito di un gol segnato a Zoff, al tempo portiere del Napoli. Presi il pallone a centrocampo e li saltai tutti, una corsa da… cavallo pazzo. E un giornalista mi chiamò appunto così. Da lì non me lo sono più tolto. Eravamo un gruppo fantastico. Quello scudetto [del 1969, ndr] nacque in spogliatoio. E quanti campioni: De Sisti, Amarildo, Maraschi e così via. Penso sia stato il fatto che ci siamo sempre divertiti. Quante “bischerate” dicevamo. E avevamo un allenatore come Pesaola, capace di gestirci al meglio. Usava bastone e carota. Ero stato fuori per infortunio, loro avevano trovato la quadra senza di me e io faticai a riprendermi il posto. Però, avevo i tifosi dalla mia: volevano vedere i dribbling e le giocate di “cavallo pazzo”».

IL RAPPORTO CON LIEDHOLM – «Che rapporto? Non ne abbiamo mai avuto uno. Non mi parlava e quando lo faceva mi dava del lei. Mi sentivo rinchiuso in schemi e dettami tattici. A fine anno abbiamo avuto un confronto acceso e ho deciso che sarei andato via. Sa, ai miei tempi non era usuale parlare di depressione. Io ero depresso, non mi vergogno a dirlo. Avevo perso 10 chili, non mangiavo. Non giocavo, ero triste e stressato. Per fortuna mi salvò Nereo Rocco…».

LA RINASCITA AL MILAN CON ROCCO – «Ancora mi emoziono a raccontarlo. Lo incontrai a Coverciano, mi tremava la voce. Mi vide e mi disse “è tutto qui quello che abbiamo comprato?”. Ero magrissimo. Lui mi rassicurò e mi affidò ai cuochi. Tempo pochi mesi e volavo. Fu un vero e proprio derby [di mercato, ndr]. Io avevo dato la mia parola a Fraizzoli, ma poi il Milan mi convinse. Volevo essere allenato da Rocco. Il Paròn mi giurò che al Milan avrei trovato una famiglia e non potrò mai ringraziarlo abbastanza. Che partita! Eravamo distrutti, fu una battaglia. Il Leeds in attacco aveva Joe Jordan, lo squalo. Segnai io, su punizione. Pensi che prima di battere andai da Rivera e gli chiesi di lasciarmela. “Me la sento”, gli dissi. E lui me la fece battere. Ne parliamo ancora quando ci sentiamo. “Ti avrei lasciato solo quella, ti è andata bene”».

RIVERA – «Era il Milan. Ci rappresentava in tutto e per tutto. Ricordo gli scontri con Giagnoni. Non lo vedeva, lo tenne fuori in quattro o cinque occasioni. Giravano tante cavolate, come che la squadra fosse contro Rivera. Tutto inventato. Quando Gianni tornò titolare, Milanello fu invasa di giornalisti. Era un campione, anche per rispetto e umiltà. Mi chiedo come si potesse solo pensare di metterlo in panchina. È il più forte con cui abbia mai giocato, insieme a Riva».

GIGI RIVA – «Aveva un tiro assurdo, una potenza mai vista. A fine allenamento si metteva a provare e riprovare, era una macchina perfetta. Burgnich. Ogni volta che mi marcava era una battaglia. Calci, provocazioni, di tutto. Era uno tosto».

L’INCUBO FATAL VERONA – «Mi crede se le dico che a distanza di tanti anni non so darmi una spiegazione? Ogni giorno penso che vorrei rigiocarla. Avevamo vinto la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe, sarebbe stato il nostro Triplete. Era tutto fatto. Il Bentegodi era pieno di milanisti. Noi venivamo da una finale massacrante con il Leeds, arrivammo stanchi. Ma quella partita ha un qualcosa di sovrannaturale. La rabbia di Rocco e il nostro silenzio. Era un silenzio che urlava e gridava vendetta. Vedi gli sforzi di un anno sfumare nel modo più incredibile. Ma non abbiamo mai litigato, quello no. Abbiamo sofferto insieme. Siamo stati squadra anche lì».

ERA UN SIMULATORE – «Macché… penso semplicemente che gli arbitri mi odiassero. Era un continuo. Ero diventato famoso, ma non mi sono mai buttato. Mi hanno perseguitato per l’intera carriera. E al tempo si menava per davvero in campo, altro che Var…».

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