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Inler celebra la Premier League vinta con il Leicester: «Ricordo ancora tutto ma quella stagione fu un macigno nella mia carriera. Però mi dissi ‘Perché dovrei scappare?’»

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Inler ha ricordato la vittoria di dieci anni fa della Premier League con il Leicester. Queste le sue dichiarazioni

Dieci anni fa il Leicester vinse la Premier League. In quell’incredibile avventura c’era lo svizzero Gökhan Inler, oggi direttore tecnico dell’Udinese. A Tutosport ha raccontato i suoi pensieri nel rivivere a distanza di tempo quell’evento che ha segnato la storia del calcio.

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2 MAGGIO 2016 «Ricordo ancora tutto come se fosse oggi. Jamie Vardy ci aveva invitato a casa sua per vedere Tottenham-Chelsea (il 2-2 finale diede al Leicester la matematica certezza della vittoria in Premier, ndr). Problema è che non fu neanche facile raggiungere la sua abitazione perché tutto intorno era pieno di tifosi. Davanti al televisore stavamo tutti in piedi, sembrava che fossimo noi quelli in campo. Quando l’arbitro ha fischiato, beh vi basta andare a vedere i filmati per capire cosa è successo. Il segreto di quella vittoria stava tutto in quella serata: davanti a quella tv c’era un grande gruppo».

COME ARRIVO’ AL LEICESTER «Sono arrivato a fine mercato perché a Ranieri, dopo la partenza di Cambiasso, serviva un centrocampista di esperienza e un leader. Io avevo fatto carriera giocando per otto anni in Italia e avrei dovuto dare anche un po’ di supporto all’allenatore che mi aveva voluto proprio per questo motivo».

L’OBIETTIVO DI PARTENZA «Ottenere una salvezza tranquilla, perché la stagione precedente si erano salvati all’ultimo».

L’IDEA DI POTER VINCERE LA PREMIER «Eravamo davanti e perdevamo poco – alla fine sarebbero state solo tre le sconfitte – ma per tutto l’inverno nessuno si era messo in testa che avremmo potuto arrivare in testa fino in fondo. Poi, a inizio febbraio, prima abbiamo battuto 2-0 il Liverpool a casa nostra, poi Mahrez, giocando una partita strabiliante, ci fece vincere 3-1 a Manchester col City. Lì c’è stato il clic e da lì alla fine abbiamo perso solo una partita, a Londra con l’Arsenal».

RANIERI USAVA IL CAMPANELLO «Sì, sì…. Lui, quando ha visto che la squadra andava avanti con il pilota automatico, ha puntato tutto sul riuscire a creare un gruppo monolitico e quello era uno degli escamotage che aveva escogitato per tenere alta l’attenzione nelle riunioni tecniche. Il suo più grande merito è stato creare quella famiglia, portando, allo stesso tempo positività e ambizione».

NON FU UN’ANNATA SEMPLICE «No, anzi: è stata la più difficile della mia carriera. Arrivavo da otto anni in Italia, ero capitano della Svizzera e alla fine ho giocato solo cinque partite. È stato complicato durante la stagione trovare motivazioni: dopo sei mesi potevo cambiare squadra però non ho mai mollato. Mi sono detto “perché dovrei scappare?” e così sono rimasto a giocarmela con Kanté, Drinkwater ed Andy King. Per restare a Leicester ho anche perso l’Europeo visto che il ct Petkovic mi aveva anche avvertito che se avessi continuato a non giocare non sarei andato in Francia. Tuttavia ho preferito restare lì a spingere in allenamento e tenere sulla corda Kanté e Drinkwater, che formavano una coppia eccezionale. Non ho mai fatto casini, sono sempre restato rispettoso delle gerarchie e per questo ancora oggi loro mi ringraziano. Ho sofferto tanto ma, alla fine, mi sono detto “Gökhan, anche questo ti darà forza per il futuro”. E se oggi sono dirigente è anche grazie a quella esperienza perché ho vissuto pure le dinamiche di chi in squadra non gioca mai. Quell’esperienza a Leicester è stata un macigno nella mia carriera, è stata tosta, ma ho vinto la Premier contro ogni pronostico e nel mio cuore resto convinto che mi sono meritato in tutto e per tutto quella gioia finale. Quella medaglia dimostra che ce l’ho fatta».

IL PRESENTE A UDINE «Sì, quella stagione mi è rimasta tatuata dentro. Perché in Italia, tra Udinese e Napoli avevo giocato oltre trecento partite e lì mi sono trovato a non giocare, perché la Premier è un torneo globale e perché lì ho toccato veramente con mano tutto quello che può provare un calciatore. Questo oggi mi aiuta a trovare le chiavi giuste per gestire i talenti che abbiamo a Udine. Questo club, dove convivono ragazzi di tante culture diverse è una grandissima scuola perché devi capire chi ti trovi di fronte, sapere che usare certi toni con un europeo può servire ma non essere efficace con un ragazzo che arriva dal Sudamerica. Le regole devono essere tutte uguali, però ogni giocatore va gestito in modo diverso».

L’UDINESE VUOLE I 50 PUNTI «Noi lavoriamo tantissimo per motivare i ragazzi a fare bene ogni partita, vogliamo giocare sempre per vincere e quest’anno la squadra ha dimostrato di crederci molto. Chiudere a cinquanta punti è tosta, ma lavoriamo per questo. In questi due anni abbiamo fatto uno step in avanti e ora dobbiamo puntare a fare ancora meglio».

IL FUTURO DEI BIG «Le somme le tireremo a fine campionato. Loro sono tutti giocatori importantissimi per noi, e hanno fatto bene anche perché si sono trovati in un ambiente sano che li ha messi nelle migliori condizioni per rendere a quei livelli».

IL LEICESTER É FINITO IN TERZA SERIE «Il “papà” di quel Leicester era Vichai Srivaddhanaprabha, il boss dei boss: il club per lui era come un bambino, era sempre sorridente e davvero trasmetteva a tutti un’energia positiva. Dopo la sua scomparsa, tra l’altro avvenuta in quel modo così scioccante (Il suo elicottero si schiantò e prese fuoco il 27 ottobre 2018 dopo il decollo nei pressi del King Power Stadium al termine del match tra Leicester e West Ham, ndr) si è spento il cuore di quel Leicester. E il calcio, purtroppo, è così rapido…».

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