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Luiso si racconta: «Rovesciata al Milan? La gente ancora mi ferma per strada! Ricordo il gol al Chelsea, mi piacerebbe tornare nel mondo del calcio»

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L’ex attaccante di Torino, Piacenza, Samp e molte altre, Pasquale Luiso, si racconta così riavvolgendo il nastro dei ricordi

Oggi Pasquale Luiso è un allenatore in cerca di occupazione. Negli anni ‘90 era un attaccante generoso, che ha giocato in diverse squadre, tra le quali Lecce, Torino, Piacenza, Sampdoria e Pescara. Su La Gazzetta dello Sport ha aperto l’album dei suoi ricordi: queste le sue dichiarazioni alla rosea.

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LA ROVESCIATA AL MILAN – «Ancora mi fermano per strada e mi parlano di quel gol. È un modo per tenere viva la memoria. Quello della rovesciata contro i rossoneri resterà per sempre uno dei giorni che porto nel cuore, come quando zittii Stamford Bridge…»

IL SOPRANNOME: IL TORO DI SORA – «Credo me l’abbiano dato per due motivi. Sia perché passavo dal Sora al Torino e sia perché somigliavo a un toro quando giocavo. Lottavo tanto, non mollavo mai. Per me la partita era una battaglia contro portieri e difensori. Quante ce ne siamo date con alcuni centrali…».

IL PIÙ CATTIVO – «Mah, era un altro calcio. In campo ci si menava. Ricordo gli scontri con Montero, ci picchiavamo per novanta minuti. Poi fuori dal campo eravamo amici. Stessa cosa con Andrea Sottil. Ma anche Ferrara, Nesta, erano difensori fortissimi con cui ogni sfida era una guerra».

DISSE: «LANCIATEMI UNA LAVATRICE E ROVESCIO PURE QUELLA» – «E lo pensavo davvero. Dopo il gol al Milan non si parlava d’altro: fu una prodezza e costò la panchina a Tabarez. Un gesto istintivo, folle. Ricordo la reazione di Baresi e Costacurta. Si guardarono e dissero “ma come ha fatto?”. Erano attoniti, come un po’ tutti in realtà».

QUANDO VIDE LA PALLA ENTRARE – «Non capii più niente. Bortolo Mutti mi venne incontro urlando “sei un pazzo”. È stato un gol che ha lasciato un segno. Ripenso anche al titolo della Gazzetta: “Luiso ribalta la Nazionale”. Mi ha regalato popolarità per oltre dieci anni. Anche se, in realtà, io i gol li ho sempre fatti. A volte ci scherzo su: mi parlate di quello al Milan, ma gli altri 200? Che poi in realtà quella rete fu un po’ una maledizione per me… Dopo aver segnato al Milan non la buttai dentro per oltre tre mesi. Sbagliai anche un rigore, parato da Pagliuca. Sembravo maledetto. E mi sbattevo come sempre, mica mi ero montato la testa. Eppure, non c’era verso, la palla non voleva saperne di entrare».

14 GOL IN A NEL 1996 – «Mi volevano sia il Milan che la Roma. L’anno dopo pure la Lazio. Ma io ho detto sempre no: volevo giocare, non fare la quarta punta. Preferivo essere un bomber di provincia che uno dei tanti in una big. Poi, certo, magari si fanno male due attaccanti e giochi tu, ma avevo paura di marcire in panchina».

IL VICENZA – «E non potevo prendere decisione migliore. Guidolin è stato un maestro, anche se non parlavamo molto. Anzi praticamente zero. Diceva che non voleva abbracciarci o farci i complimenti, per lui il calcio era un mondo finto. Si limitava al campo e allo spogliatoio, per il resto si isolava. E credo che l’abbia un po’ pagata. In più era scaramantico come pochi: si metteva i cerotti sulle dita delle mani per quanto se le mangiava…».

IL GOL A STAMFORD BRIDGE AL CHELSEA – «Quanti ricordi! Vincemmo all’andata al Menti, al ritorno segnai io e ammutolii i tifosi avversari. Gli feci anche il gesto di stare zitti, visto che fischiavano. E me ne annullarono pure uno regolare. Chissà come sarebbe andata, sennò. Contro di noi giocava Gianluca Vialli, che era il mio idolo assoluto. Io da piccolo giocavo con i calzettoni abbassati in suo onore. Mi diede la sua maglia, la conservo ancora oggi come una reliquia».

UN GIOCATORE “IGNORANTE” – «Mah, guardi io ero un calciatore “ignorante”. Non sapevo fare due palleggi di fila, sono arrivato con la fame e la voglia di spaccare il mondo. In campo ero insopportabile – sia per i compagni che per gli avversari – ed ero brutto da vedere. Già solo che Maldini pensasse a me, era motivo d’orgoglio. E poi, ai miei tempi, ci sarebbe dovuta essere un’epidemia. Davanti eravamo pieni di fenomeni».

OGGI – «Non lo dico per spocchia, ma penso che oggi farei gol a raffica e probabilmente sarei titolare in Nazionale. Quando giocavo io era tutto diverso. Era un altro calcio».

L’ESULTANZA CULT A PIACENZA – «La macarena! Che matti eravamo. Nacque tutto da una provocazione di Piovani: “Se segni oggi, esulti così”. Ne feci due. Con me la ballava anche Di Francesco».

UNA CARRIERA FATTA SGOMITANDO – «Eccome se ho sgomitato, un po’ come in area di rigore. Scherzi a parte, ho lavorato tanto prima di fare il professionista. Ho fatto il benzinaio, il cameriere e il carrozziere, poi la sera andavo al campo ad allenarmi».

OGGI COSA FA – «Mi godo la famiglia. Mi piacerebbe tornare nel calcio, ma non so. Nessuno mi ha mai chiamato. Sarà che sono poco social e non mi sono mai venduto. Ho un autonoleggio con mio fratello, ogni tanto vado anche io a dare una mano».

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