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Il ciclo infinito delle polemiche: da Bastoni Kalulu al “benaltrismo” permanente
Da Inter-Juve con Bastoni Kalulu alla “gogna social”: perché ogni polemica calcistica segue sempre lo stesso copione.
C’è un momento, in ogni stagione, in cui il calcio smette di essere calcio e diventa un format. Non una partita: una serie. Non un episodio: una saga. Cambiano i protagonisti, cambiano le maglie, ma la sceneggiatura è sempre la stessa.
L’ultimo capitolo lo conoscete: Inter-Juventus, la simulazione attribuita ad Alessandro Bastoni, il secondo giallo e rosso a Pierre Kalulu, e il VAR che, per protocollo, resta a guardare perché “non può intervenire” sui gialli (anche se il secondo ti manda sotto la doccia).
Da qui in poi, però, non si parla più di calcio: si entra nel ciclo.
Fase 1: l’indignazione
Accade l’episodio e partono indignazione e rabbia nell’immediato.
La “combo” perfetta, in questo caso, ha avuto degli ingredienti specifici:
- una simulazione (vera o presunta),
- un’esultanza (possibilmente sopra le righe),
- un’ingiustizia percepita (espulsione “sbagliata” da una parte, mancata espulsione dall’altra).
In questa fase, sul tavolo non sembrano esserci dubbi: c’è solo la richiesta di giustizia.
Che però dura poco, perché il calcio moderno non vive di giustizia: vive di reazioni.
Fase 2: minimizzazione e/o negazione
Poco dopo, la controparte mette sul tavolo tesi opposte, volte a giustificare il gesto:
“Eh, ma comunque lo tocca col braccio.”
In questo caso è lo stesso allenatore dell’Inter Chivu a cercare il dettaglio minimo per smontare la tesi originale. Non importa se quel dettaglio spiega o se assolve: basta che esista, perché il dibattito non deve chiarirsi, deve continuare.
Innegabile che con delle scuse, tutto si sgonfierebbe: se tutti ammettessero l’ errore, la discussione si sposterebbe sulla ricerca delle punizioni, e (forse) la polemica finirebbe lì.
Ma scusarsi non rientra (ancora) nella cultura sportiva, soprattutto se indossare una casacca ti convince che quella casacca ti renda moralmente superiore. A prescindere dalla squadra.
(In contemporanea) Fase 3: gli attacchi social
Mentre una parte nega, l’altra deve trovare un bersaglio su cui sfogare rabbia e indignazione. E quale bersaglio migliore dei profili social del giocatore?
Ma perché fermarsi al giocatore? Meglio “allargare”: moglie, figli, famiglia.
È la fase degli insulti, delle denunce alla polizia postale e dei commenti bloccati.
E qui succede il capovolgimento di fronte: anche la parte che riteneva di avere ragione passa dalla parte del torto, consegnando all’altra l’alibi perfetto per il contrattacco.
Fase 4: il contrattacco
La difesa, ora, attacca, e lo fa “ad oltranza”: si cercano frame, foto, episodi simili, e si butta tutto nel calderone. Il caso specifico non va spiegato: va diluito.
Ed ecco che le rispettive community trovano i propri baluardi: influencer, pagine, reaction, opinionisti.
Se poi gli influencer sono anche giornalisti, il loro punto di vista diventa automaticamente “autorevole” (anche quando è identico al commento del cugino, ma con una fotocamera migliore e un pass appeso al collo).
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Fase 5: il benaltrismo
Qui il focus si sposta dall’episodio contestato a tutti gli episodi che hanno segnato la storia delle due squadre e si ripescano classici intramontabili:
- “Iuliano-Ronaldo”
- “il giallo di Pjanic”
- “il gol di Muntari”
- “Calciopoli”
- lo “scudetto di cartone”
- le “finali di Champions perse”
Tutto diventa uguale a tutto. Il dibattito è un rimpallarsi di palle di fango, lanciate con convinzione e ricevute con entusiasmo. La simulazione di Bastoni? È già un ricordo.
E qui urge mettersi d’accordo: se è fallo di Kalulu, allora non serve parlare di “vendette” o del “ora tocca a noi”. Oppure no?
Benvenuti nel dibattito calcistico attuale.
Fase 6: la richiesta di sanzioni (impossibili, improponibili, inevitabili)
Arriva il momento delle punizioni, e devono essere esemplari.
- “Squalifica con la prova TV!” (ah già: non c’è più, o comunque non è la scorciatoia magica che molti immaginano).
- “Fuori rosa per condotta antisportiva!” (ma la società difende il suo tesserato, e il contatto Bastoni Kalulu è rivendicato).
- “Non convocato in Nazionale!” (poi però c’è una partita importante, un playoff, una qualificazione, e improvvisamente la morale diventa un concetto… elastico).
In parallelo, giusto per non farsi mancare nulla, salta fuori anche il tema protocollo: Rocchi ha spiegato che l’errore resta anche perché il VAR non può intervenire sui gialli, persino quando il secondo porta a un rosso.
Fase 7: il dibattito social-televisivo
Qui il sistema si autoalimenta.
Ogni influencer (di parte e “super partes”, che super partes non è mai) sente l’obbligo morale di accendere lo smartphone e dire la sua. Aggiungendo cosa? Un altro punto di vista, spesso vestito coi colori della propria squadra del cuore.
E la TV? Uguale, ma con la scenografia:
- si viviseziona l’episodio,
- ci si indigna delle reazioni indignate,
- si scava nel passato dell’arbitro e del designatore,
- si portano numeri e dati per “elevare” il dibattito.
Poi arrivano le proposte:
- cambiare protocollo,
- inasprire sanzioni,
- riformare il VAR.
Spoiler: non succederà nulla.
E se succederà qualcosa, non servirà a nulla.
Perché il problema non è solo una regola: è la cultura.
E l’attualità recente ci aiuta poco
Negli ultimi mesi in Serie A le polemiche VAR/arbitrali hanno continuato a presentarsi a ondate, spesso legate a episodi interpretati come “errori di protocollo” o a ricostruzioni contestate (linee, frame, contatti). Per esempio, a dicembre 2025 ha fatto discutere un gol annullato per fuorigioco a Jonathan David in Juventus-Udinese, con polemiche sulle linee/tracciamenti mostrati in TV.
E a novembre 2025 diversi commenti di stampa hanno parlato di una stagione segnata da errori e chiamate controverse.
Non cito questi casi per dire “allora siamo tutti uguali”: li cito perché dimostrano quanto sia facile riaccendere la miccia. Basta un episodio e il ciclo riparte.
Chiusura: l’unica riforma che non entra nei protocolli
Finché non sapremo vivere il calcio con la cultura sportiva che merita, cambieremo mille regolamenti e non cambierà niente.
Vivere lo sport (e i suoi valori) a prescindere dalla maglia che indossiamo.
Il resto è solo intrattenimento travestito da giustizia.