Hanno Detto
Taibi si racconta: «Che emozione l’esordio col Milan, con Capello non ci trovammo. Allo United fu Ferguson a venirmi a prendere all’aeroporto! Con Sacchi…»
L’ex portiere del Milan e del Manchester United, Massimo Taibi, riavvolge l’album dei ricordi e svela alcuni retroscena sulla propria carriera
Ex portiere di diverse squadre, tra le quali il Milan e il Manchester United, oggi su La Gazzetta dello Sport Massimo Taibi apre l’album dei suoi ricordi con una lunga intervista.
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NASCITA DI UN PORTIERE – «Giocavo negli esordienti in una squadra di Palermo, negli allievi la punta era Schillaci. Io pure giocavo davanti. Segnavo e mi divertivo. Poi un giorno mi chiesero: “Manca il portiere, te la senti di andare tu?”. Non ero convinto, ma provai. E da lì non sono più uscito».
A TRENTO IN SERIE C – «Sì andavo avanti e indietro tra campo e caserma. Un’esperienza che mi ha segnato: ho imparato tanto, soprattutto sul sacrificio e sull’importanza del lavoro».
L’ARRIVO IN ROSSONERO – «Che emozione! Ricordo il primo giorno: arrivai in sala da pranzo e c’era solo Gullit che prendeva il caffè. Ci presentammo, io l’avevo visto solo nelle figurine».
VAN BASTEN – «Marco era una gazzella. Restavo spesso con lui a calciare a fine allenamento. Aveva un’eleganza unica, qualsiasi cosa facesse».
IL MILAN – «Una volta ci fu una discussione tra Ziege e Costacurta, in cui il tedesco rimproverava i senatori di fare poco gruppo fuori dal campo. Billy gli rispose “finché siamo in spogliatoio sei mio fratello, ma scelgo io con chi andare a cena”. Sul momento mi sembrò una cosa un po’ strana, ma con il tempo posso dire che sono d’accordo con lui. Non per forza bisogna essere migliori amici per funzionare in campo. Poi Capello: non ci siamo trovati. Ma faccio mea culpa, probabilmente non ero ancora a quel livello. Mi sentivo un po’ invisibile ai suoi occhi, però».
I MISTER SENZA FEELING – «Direi Spalletti e Zaccheroni. Grandi allenatori con cui non è scattato il feeling, può capitare. Avevo, invece, un ottimo rapporto con Sacchi. Arrigo era maniacale in tutto e curava tanto la fase difensiva. In più è sempre stato un grande uomo».
ALEX FERGUSON – «Uno spettacolo. Era il 1999, io arrivai a Manchester da semi sconosciuto: loro volevano prendere Toldo all’inizio, poi acquistarono me che giocavo nel Venezia. E Sir Alex venne addirittura a prendermi all’aeroporto e mi presentò tutta la dirigenza. Erano le 8 di sera, non fu un gesto scontato. Avevamo un bel rapporto, anche se all’intervallo di quel Chelsea – Manchester United 5-0 mi lanciò un’occhiataccia che ancora me la ricordo… Feci un errore e presi gol. Lui all’intervallo ribaltò lo spogliatoio, quando si arrabbiava faceva tremare i muri. Se la prese un po’ con tutti, anche con me. Mi guardò male e mi disse. “Massimo, quella parata…”. Però mi avrebbe tenuto, sbagliai io ad andare via. Avevo un problema famigliare in Italia e ho avuto fretta di risolverlo».
IL SUO PIÙ GRANDE RIMPIANTO – «Sì, avevo quattro anni di contratto. Con il Liverpool ero stato il migliore in campo, poi ho fatto quell’errore di cui le parlavo. Ferguson mi consigliò di imparare la lingua e di restare per giocarmi le mie carte. Ho sbagliato a essere impulsivo».
LO UNITED – «Giggs era il mio vicino di posto in spogliatoio. Con Becks mi sono fermato tante volte dopo gli allenamenti. Mi stupiva per il modo di calciare, ma soprattutto per la sua attitudine. Da fuori sembra un personaggio da tabloid, in realtà era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. Non aveva solo qualità, ma anche tanta abnegazione».
BERLUSCONI – «Nel ’97, quando tornai da Piacenza, volle conoscere tutti i nuovi acquisti. Quando toccò a me, mi abbracciò e mi disse: “Bentornato a casa”. Io pensavo non sapesse nemmeno chi fossi. Invece era informato su tutto».
A VENEZIA TROVÒ ZAMPARINI – «Un pazzo, in senso buono. Un vulcanico. Si fidava di troppe persone, bastava gli dicessero una cosa e ci credeva. Una volta litigò con Novellino, che dopo un pareggio in casa con la Samp, lo invitò ad uscire dallo spogliatoio perché ci stava urlando addosso. Il presidente impazzì e decise di esonerarlo. Intervenni: “Se lo mandi via, vado con lui”. Tempo due ore ci ripensò. La sera mi chiamò per dirmi che lo teneva. E alla fine ci salvammo, anche grazie a un super Chino Recoba».
I SUOI FAMOSI PANTALONI LUNGHI – «Diventai famoso per il cappellino, le maglie larghe e i pantaloni lunghi. Facevano parte del mio stile».
IL GOL DI TESTA – «Primo aprile del 2001, Reggina-Udinese. Io salgo alla disperata e segno di testa. E pensare che Franco Colomba non voleva nemmeno che salissi. In tanti mi ricordano per quel gol: meglio per questo che per le papere, dai».