Massimo Moratti ha ripercorso la sua storia all’Inter alla vigilia della sfida contro la Roma, parlando del presente della squadra di Chivu, del rapporto con Gasperini e dei tanti ricordi legati alla sua esperienza alla guida del club
A due giorni dalla sfida tra Roma e Inter, Massimo Moratti ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de La Repubblica. L’ex presidente nerazzurro ha ripercorso alcuni momenti della sua esperienza alla guida del club, tra aneddoti personali, ricordi legati ai grandi campioni avuti a disposizione e riflessioni sull’attuale squadra allenata da Cristian Chivu. Spazio anche al rapporto con Gian Piero Gasperini, alla sfida dell’Olimpico e ai paragoni con il passato.
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Roma e Inter si ritrovano ancora una volta protagoniste della corsa ai vertici. Come vede questo confronto?
«È destino che la Roma sia competitiva quando lo siamo anche noi. Ormai è un classico, come Inter-Juventus e Inter-Milan. Nella singola partita è difficile dire chi avrà la meglio. Nell’arco del campionato, invece, dico Inter. Chivu è capace, ha buon senso, sa tenere la squadra».
Che ricordo conserva di Cristian Chivu e del periodo in cui ha vestito la maglia dell’Inter?
«Aveva un carattere forte, lo dimostrò nel momento dell’incidente alla testa che quasi lo uccise. Andai a trovarlo in ospedale. Diceva che sarebbe tornato presto, senza lamentarsi. Un uomo coraggioso».
Con Gasperini ci sono stati momenti complicati durante la sua esperienza all’Inter. Oggi che rapporto avete?
«Ci siamo incontrati, stretti la mano, abbracciati. Non ho rancore. Lui forse sì, e sarebbe giustificato. Fu un momento sfortunato: non vincevamo una partita».
Che partita si aspetta tra Roma e Inter e quanto può essere importante anche in vista degli impegni europei?
«Bella. Siamo all’inizio, le squadre non hanno troppa paura di perdere punti. E può essere preziosa come allenamento per la Champions, dove non ci si possono permettere stupidaggini».
Come ha vissuto il ko dei nerazzurri in Champions contro il Real Madrid?
«C’è da arrabbiarsi: sono stati quasi due autogol, prima la palla persa da Jones, poi l’errore del povero Martinez. È un peccato, perché la partita era stata preparata bene».
José Mourinho continua a essere un allenatore capace di lasciare il segno. Cosa pensa del portoghese?
«È un maestro nell’impostare la partita sull’avversario. È sempre lo stesso. Non ha esultato ai gol, come atto di superiorità. Piccoli gesti che lo rendono simpatico. Ha carattere, come Spalletti. Infatti entrambi sono ancora lì a combattere».
Quali elementi della Roma di Gasperini l’hanno colpita maggiormente?
«Cosa mi piace? Malen. Si muove bene, vede la porta, dialoga con Dybala. Dell’Inter mi stupisce la forza d’animo. Lunedì perdeva 2-0, ma nessuno ha pensato che potesse perdere».
C’è una sfida contro la Roma che ricorda con maggiore emozione?
«Avevo quattordici anni, ero a Roma con mio padre. Sognai la partita, prima che si giocasse, e andò esattamente come l’avevo immaginata. Ma la più bella ovviamente è la finale di Coppa Italia 2010. Durissima».
Tra i grandi protagonisti della storia nerazzurra, quale coppia avrebbe voluto vedere insieme?
«Milito è insuperabile. Se fossero stati contemporanei, i due argentini sarebbero stati una coppia formidabile. Altri che avrei voluto con me sono Barella e Dimarco. Si sarebbero giocati il posto nella squadra del triplete»
Ha avuto modo di parlare con Piero Ausilio dopo la separazione dall’Inter?
«Se lo ho sentito dopo l’addio? Sì, il giorno stesso o quello dopo. Si aspettava un contratto più lungo: un solo anno non gli bastava. È stato signorile, senza alcuna rivalsa».
Quale grande campione della Roma avrebbe voluto portare in nerazzurro?
«Totti. Ci provai. Dissi a Sensi che non avrei fatto storie sul prezzo. Mi rispose che non se ne parlava. Si comportò da romanista, non da commerciante. Dalla Roma presi Batistuta. Fece un gol soltanto ma lo rifarei».
Quanto è cambiato il calcio rispetto alla sua epoca da presidente?
«Ci si facevano dispetti, nessuno voleva fare la figura del fesso, qualcuno era più di parola di altri. Però era divertente, quello che dicevamo pesava. Oggi i presidenti non sono proprietari. E se lo sono pensano a vendere i club».
Ha mai pensato di ricomprare l’Inter?
«Non mi sarebbe sembrato giusto. Ho fatto la mia vita con l’Inter ed è stata bellissima».
Come giudica il lavoro di Giuseppe Marotta in nerazzurro?
«Lo sa solo lui. Di sicuro è un grande professionista, e da interisti non possiamo che esserne contenti».
Qual è il ricordo più forte legato a San Siro e cosa pensa del futuro dell’impianto?
«Fra i ricordi, scelgo il primo derby vinto da presidente, con gol di Berti nel finale. San Siro ha un significato per la città. Una certa riconoscenza, anche se parliamo di un immobile, bisogna averla. Emotivamente, capisco chi è contrario all’abbattimento».